Al presidente del Consiglio dei ministri

Prof. Mario Monti

Palazzo Chigi

Piazza Colonna

00187 Roma

 

 

 

20 marzo 2012

Egregio Professor Monti,

le varie iniziative “Salva Italia” stanno imponendo grandi sacrifici agli italiani. I movimenti e i gruppi che sottoscrivono questa lettera intendono chiedere che questi sacrifici siano compensati da iniziative governative che dimostrino la reale volontà di distribuire gli sforzi e di entrare in un nuovo ordine di idee.

Si sta infatti cercando di superare la crisi adottando la stessa logica e le stesse idee che l’hanno creata e quindi aggravando e rinviando i problemi anziché risolverli. Il succedersi negli anni di crisi economiche che mettono in gravi difficoltà le persone richiede una nuova visione che superi l’idea che “più crescita” coincida con “più benessere per tutti”. L’obiettivo dell’economia – che è una  disciplina umana e non una scienza – deve essere quello di far vivere bene i cittadini.

Vista la Sua disponibilità al confronto con i cittadini  come enunciato nella Conferenza Stampa a Palazzo Chigi il 29 dicembre 2011, siamo a richiederLe di incontrare al più presto una nostra delegazione per approfondire le nostre proposte che sono frutto di un lungo percorso di riflessione e collaborazione tra associazioni, reti, movimenti della società civile consolidato anche dalla significativa vittoria dei referendum di giugno 2011.

 

Prima di passare alle richieste vorremmo evidenziare che i firmatari di questa lettera ritengono che la crisi economica:

1) favorisce quanti vogliono mettere le mani sui beni comuni, ovvero i beni di tutti i cittadini, che stanno alla base della qualità della vita di ciascuno di noi; si pensi ai salvataggi che hanno permesso ingenti trasferimenti di soldi pubblici a gruppi privati, al taglio dei fondi agli enti locali che costringono i comuni a far cassa svendendo immobili e territorio alla speculazione.

2) è il risultato di un modello economico-industriale che sta facendo pagare ai più i benefici materiali goduti da pochi,  in termini di diritti umani, sicurezze sociali, risorse ambientali.

La ripresa da noi auspicata deve essere accompagnata da una profonda riflessione politica e culturale sul modello economico basato sulla “crescita” che sta distruggendo le risorse del pianeta, ha sostituito l’economia produttiva con la finanza e ha prodotto gravissime ingiustizie sociali.

I governi, che più o meno coscientemente hanno perso il controllo della finanza, dicono, in modo spesso strumentale, che devono rendere conto ai mercati: noi sottolineiamo con forza che mentre i mercati sono una costruzione del tutto “umana” e quindi dominabile, le leggi  naturali non possono essere cambiate a nostro piacimento e quindi è ben più importante rendere conto a “Madre Natura”.

 

3) ha dimostrato che le idee neoliberiste, secondo cui l’economia va liberata dai lacci della politica e i mercati sono capaci di regolarsi con un intervento minimo dello Stato, hanno fallito. Le recenti crisi economiche hanno dimostrato che l’intervento pubblico è sempre stato necessario per salvare imprese private e banche. C’e’ bisogno di una classe politica non succube di lobby e poteri forti che esca dalla logica che ci ha portati in questa situazione e abbia il coraggio di fare una profonda operazione culturale cambiando i parametri di valutazione: ad esempio il profitto come unico parametro di giudizio del successo favorisce i grandi poteri finanziari ed è cieco rispetto ad enormi potenzialità (solidarietà, empatia, spirito di collaborazione  ecc.) insite nell’animo umano e che fanno parte dei principi fondanti della nostra Costituzione

La politica deve riacquisire la forza di varare una serie di strumenti per intervenire sull’economia e indirizzarla a obiettivi più desiderabili da tutti;

 

4) evidenzia che il ritornello “privato efficiente, pubblico inefficiente” spesso utilizzato per giustificare la cessione ai privati dei beni pubblici sia da ritenere sorpassato anche alla luce dei recenti salvataggi delle banche che si avviavano al fallimento e della esistenza di efficienti consorzi pubblici. E’ solo una questione di cultura e di partecipazione dei cittadini.

 

Fatte queste considerazioni a  fronte della fase I della Manovra- decreto “Salva-Italia” intendiamo analizzare il problema del debito, della spesa pubblica e del risanamento delle finanze:

– per quanto riguarda il debito pubblico, chiediamo una sua verifica approfondita attraverso una commissione di indagine autorevole e imparziale che faccia luce sulle sue origini, sulla legittimità di tutte le sue componenti, sulla lista dei creditori (audit del debito). Nel contrarre un debito, lo Stato si assume un obbligo prima di tutto verso i propri cittadini, nel cui nome questo debito è assunto, e solo successivamente verso i creditori. Per questo gli stessi cittadini hanno il diritto, come primo passo, di conoscere nel dettaglio caratteristiche, finalità, composizione e creditori del debito pubblico;

 

– per quanto riguarda la spesa pubblica, riteniamo che si debba assolutamente evitare di accumulare altro debito attuando un taglio delle spese inutili. Secondo la Sua manovra questo andrebbe fatto riducendo le spese sociali, secondo la nostra proposta, invece, tagliando sprechi e privilegi, come ad esempio le spese militari che dovrebbero essere limitate in proporzione alla nostra “partecipazione all’UE” e la partecipazione a guerre di tipo neocoloniale, i costi della politica (stipendi, vitalizi, scorte, auto blu, consulenze, privilegi vari) e di alcune imprese pubbliche (es. stipendi e buonuscite ai manager), le inefficienze in alcuni ambiti del settore sanitario, le infrastrutture inutili e le grandi opere ad elevato costo ed impatto ambientale che spesso sono al centro di indagini della magistratura; gli incentivi e le coperture economiche statali per la produzione di energia anche in casi non necessari e con conseguenze disastrose per l’ambiente;

 

– per quanto riguarda il risanamento delle finanze questo va perseguito non svendendo e privatizzando il patrimonio pubblico, ma con un aumento delle entrate attraverso più strumenti:

– una riforma fiscale basata sulla determinazione della capacità contributiva effettiva del cittadino e la tassazione progressiva, come previsto dalla Costituzione;

– una vera e propria patrimoniale;

– una intensa lotta all’evasione fiscale e alle attività svolte in nero, un aumento delle tasse sui capitali “scudati” che al momento sono irrisorie;

– l’intensificazione dell’impegno contro la speculazione finanziaria ad esempio introducendo una legge contro gli attacchi speculativi sui titoli pubblici e una tassa sulle transazioni finanziarie che permetterebbe, oltre al contrasto alla speculazione, di generare per l’Italia un gettito stimato dalla Commissione europea in 5 miliardi di euro l’anno. La tassa permetterebbe inoltre di dotare la politica di uno strumento per riportare sotto controllo la finanza. Un sistema come quello attuale, in cui vengono tassati il lavoro e l’economia reale ma non le attività finanziarie rappresenta di fatto un incentivo pubblico alla finanziarizzazione dell’economia e alla speculazione.

In sostanza si chiede una riforma della finanza, affinché torni ad essere uno strumento al servizio dell’economia e della società e non una attività per fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile. Le misure da adottare sono molte. Alcune devono essere approvate su scala internazionale o per lo meno europea (chiusura del sistema bancario ombra, regolamentazione dei derivati, contrasto ai paradisi fiscali, ecc…), ma altre possono essere adottate anche in Italia, ad esempio l’introduzione di controlli sui movimenti di capitali in entrata e in uscita dall’Italia, la diminuzione della leva
finanziaria che possono usare le banche e il divieto (o per lo meno limiti molto rigidi) alle cartolarizzazioni. Servono regole perché le banche tornino a “fare le banche” finanziando l’economia reale e non attività meramente finanziarie e anche un maggiore controllo del pubblico sul loro operato (fino alla nazionalizzazione di una parte consistente del sistema bancario) visto il fallimento e l’incapacità della finanza di assicurare il bene comune o comunque l’interesse dei cittadini.

 

Per quanto riguarda gli investimenti dello Stato ci sembra irrinunciabile che questi debbano sempre superare il vaglio della sostenibilità ambientale. Non ha senso continuare a investire in attività che vanno letteralmente contro natura. Ha senso uscire dalla logica delle grandi opere e dei grandi eventi e puntare a fare piccole opere diffuse che spesso sono anche a favore della qualità della vita del cittadino. Quindi auspichiamo investimenti per la messa in sicurezza e la tutela del territorio con i criteri della rinaturalizzazione, per la riconversione del sistema energetico e il risparmio di energia, per il miglioramento dei servizi pubblici fondamentali (acquedotti, trasporti, sanità, servizi sociali), per la promozione di forme produttive sostenibili a livello locale, per passare progressivamente dal trasporto su gomma a quello su ferro e su acqua, per la valorizzazione dei punti di forza dell’Italia che sono il paesaggio, la cultura, la creatività, l’ingente patrimonio artistico e il sole.

 

Grazie a queste misure sarà possibile anche la riforma dello Stato e un effettivo federalismo fiscale che non può prescindere dalla perequazione redistributiva. Il federalismo non deve diventare uno strumento di riduzione del debito con il trasferimento dei costi della crisi dal privato al pubblico e agli enti locali e con il taglio lineare della spesa corrente. Bisogna sostituire il “Patto di stabilità” con un “Patto di coesione nazionale” negoziato tra Governo e Comuni in modo da non svuotare questi ultimi di quell’autonomia sancita dagli artt. 5 e 114 della Costituzione.

 

Per quanto riguarda la fase II della manovra – pacchetto “Cresci-Italiale riforme intraprese dal Governo (pensioni, liberalizzazioni, semplificazioni) vanno incontro alle richieste delle associazioni dei datori di lavoro e imprese che ora chiedono di proseguire con la flessibilità del mercato del lavoro (in entrata e in uscita), le privatizzazioni e la crescita. Si tratta di misure che puntano su deregulation e riduzione del costo del lavoro, che affidano quasi totalmente al mercato la gestione dell’economia e che aggirano le cause dell’attuale crisi del sistema industriale quali la mancata innovazione, l’ automazione, la delocalizzazione produttiva, il calo della domanda di prodotti di fascia media, la sovrapproduzione, la saturazione di mercati maturi, lo spostamento dall’economia reale alla finanza.

 

Prima ancora di parlare di flessibilità, dunque, bisogna indicare che cosa produrre (come sta accadendo in Germania, Francia, Svezia, Cina, Brasile) e soprattutto secondo quali criteri (sostenibilità etico-sociale-ambientale). A nostro avviso, bisogna dare priorità alle tutele e sicurezze sociali e al soddisfacimento dei bisogni primari che non possono dipendere dal mercato e sono diritti fondamentali previsti in ambito pubblico dalla Costituzione.

 

Riteniamo importante che una riforma del mercato del lavoro superi le forme di precariato che nella fase di crisi sono state quasi esclusivamente le uniche forme di lavoro utilizzate, in particolare per i più giovani, prevedendo un’estensione di nuovi diritti e tutele.

Sarebbe importante stabilire infatti che  i nuovi percorsi di accesso al lavoro valorizzino per i più giovani le competenze acquisite nei percorsi scolastici e per gli altri il riconoscimento delle capacità professionali costruite con l’esperienza, privilegiando la stabilità lavorativa.

Il nostro punto di vista è che riguardo alla riforma del mercato del lavoro è diventato  fuorviante discutere di flessibilità in uscita collegandola all’art.18 della legge 300/70,  che invece riguarda esclusivamente il reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa e per ragioni discriminatorie, principio di civiltà che va assolutamente salvaguardato.

Riteniamo, invece, necessarie:

-una riduzione delle tipologie contrattuali (senza però arrivare alla forma del contratto unico attualmente al vaglio del Governo che pretende di uniformare realtà lavorative diverse) in modo da poter combinare tutele universalistiche sul piano del welfare con protezioni specifiche in relazione alla specificità del rapporto lavorativo. Sul piano legislativo, accanto al contratto di lavoro normale a tempo indeterminato e a orario pieno,  dovrebbe essere ammesso un ridotto numero di contratti legati a particolari esigenze, tra cui il contratto a termine, il tempo parziale liberamente scelto, l’apprendistato, il tutto accompagnato da controlli puntuali per evitare casi di sfruttamento;

-una riforma degli ammortizzatori sociali capace di intervenire in tutte le situazioni in cui è consentito licenziare. Le misure previste dall’attuale istituto degli ammortizzatori sociali, basato sull’idea di un’erogazione lavorativa di stampo fordista-taylorista, non sono infatti applicabili alla maggior parte dei lavori temporanei e precari oggi prevalenti soprattutto presso le giovani generazioni;

-una riforma generale  del welfare per garantire continuità di reddito e  accesso per tutti ai servizi fondamentali. La perdita del posto di lavoro crea situazioni di disagio individuale e sociale. Questi periodi di inattività devono essere supportati con un reddito dignitoso, per reggere l’urto delle difficoltà momentanee,  per essere inseriti in percorsi formativi per una nuova occupazione o, per chi sta raggiungendo i requisiti pensionistici, per svolgere attività di impegno sociale.

Le condizioni con cui si subisce la precarietà sono pertanto legate sia alla tipologia contrattuale di lavoro sia al complesso di tutele e servizi pubblici che si offrono al cittadino-lavoratore: anche soggetti con contratto regolare possono vivere in condizione di forte disagio se la retribuzione è troppo bassa e se si ha una famiglia numerosa e i servizi pubblici sono carenti. Il senso di drammatico abbandono che vivono i precari in Italia non è percepito in maniera così marcata dai disoccupati di molti paesi europei che, se senza lavoro o in cerca di prima occupazione, possono contare su efficienti sistemi di aiuto all’ impiego, di sostegno al reddito, di finanziamento, di corsi di formazione etc. Tali servizi e sussidi sono disponibili anche per aiutare la cosiddetta “mobilità in ascesa”, in relazione alle prescrizioni europee dell’ ”Agenda di Lisbona”che richiedono di assicurare a tutti la possibilità di ricercare quell’occupazione ritenuta più coerente con le proprie aspirazioni o i propri programmi di vita.

Riteniamo fondamentale che anche nel nostro Paese venga avviato un ampio dibattito sulla possibilità di un reddito base garantito in caso di transizioni lavorative, siano esse periodi di inattività forzata tra un contratto e l’altro piuttosto che il frutto di una scelta soggettiva, per migliorare la propria condizione professionale attraverso attività di studio e formazione. Questo tema va senz’altro collegato alla definizione del livello minimo di reddito, come è stato fatto in Germania, così come avviene per i livelli contrattuali di salario, e alla necessaria riforma fiscale.

Il diritto al reddito garantito va considerato come un diritto fondamentale, di matrice europea, ad un’esistenza dignitosa riconosciuto dall’art. 34 terzo comma della Carta di Nizza; insieme all’accesso a efficienti e gratuiti servizi all’impiego e al diritto alla formazione permanente e conti
nua,  rientra tra i principi comuni della strategia di  flexicurity, un ragionevole compromesso tra le ragioni della sicurezza esistenziale e quelle di una flessibilità regolata, tale da impedire che la “ flessibilità” o la ricerca di una maggiore competitività generi precarietà.

Su questi temi ci sono studi e proposte molto interessanti portati avanti in Italia dagli esperti di Bin Italia (Basic Income Network – www.bin-italia.org).

 

L’esigenza di collegare il lavoro ad interventi di sicurezza sociale assume un’estrema importanza anche  rispetto ai percorsi previdenziali basati sul sistema contributivo, che garantirà purtroppo basse pensioni a chi potrà avere una carriera costante. Ma ancor più evidenzia che chi avrà dei periodi di inattività,  se non ben compensati da un intervento di ammortizzazione sociale, sarà un futuro povero, mentre tutti sanno che proprio nell’età avanzata le persone hanno maggior bisogno di sostegno per le loro fragilità, sia in ambito sanitario sia in ambito sociale.

E’ profondamente ingiusto e fuorviante presentare il sistema pensionistico come il responsabile del deficit del nostro paese in presenza, tra l’altro, di un equilibrio di bilancio del fondo lavoratori dipendenti. Imprese e lavoratori versano i contributi al sistema pensionistico in assoluta trasparenza: da qui l’importanza di combattere il lavoro nero che sottrae importanti risorse al paese e di reintrodurre  la fiscalità progressiva prevista dalla nostra Costituzione.

Nell’esprimere la nostra contrarietà all’innalzamento generalizzato dell’età pensionabile, chiediamo  il  mantenimento delle pensioni di anzianità come unica possibilità per riconoscere che i lavori non sono tutti uguali per genere, per fatica  e  per salubrità. Deve essere data ai singoli la facoltà di proseguire oltre i requisiti di anzianità o di vecchiaia, per evitare conseguenze fortemente ingiuste sulla vita delle persone. Il nostro parere è che se di riforma si deve trattare andrebbero senza ombra di dubbio inserite  regole di uniformità nei trattamenti e nei versamenti dei contributi previdenziali e soprattutto, in nome dell’equità, la fissazione dei tetti nei trattamenti a carico del sistema pensionistico pubblico, (per altro presenti in altri Paesi Europei)  per evitare privilegi ingiustificati per diverse categorie soprattutto professionali e di chi svolge incarichi pubblici ed elettivi.

 

Per quanto riguarda le liberalizzazioni, è corretto colpire privilegi di tipo corporativistico, che nel nostro paese si annidano a protezione degli ordini  professionali e nell’ambito di alcune attività economiche protette.  Non condividiamo invece la liberalizzazione intesa come privatizzazione (e talvolta progressivo smantellamento) dei servizi pubblici come trasporti, strade, servizi postali, energia, (a partire da gas e benzina), scuola, salute che devono essere svolti con criteri di efficienza ed economicità proprio in ambito pubblico per garantire una pari esigibilità a tutti i cittadini ricchi e poveri.

Riteniamo che la strategia della totale liberalizzazione degli orari di apertura sull’esempio dei grandi centri commerciali, insieme all’aumento generalizzato dell’Iva e all’aggravio dei contributi previdenziali, penalizzino notevolmente i piccoli e medi esercizi commerciali “di vicinato”.

Anche le piccole-medie imprese, colpite profondamente dalla crisi economica, chiedono interventi urgenti, ad esempio, certezza dei pagamenti, credito diretto alle imprese, sgravi fiscali e revisione del sistema di tassazione delle imprese e delle persone fisiche.

 

Chiediamo di sostenere con decisione l’economia produttiva schiacciata in questi anni dal peso sempre più crescente della finanza speculativa. Un’economia produttiva, però, completamente ritarata sui bisogni primari delle persone, sulla sobrietà, sulla consapevolezza che l’inquinamento ed il consumo delle risorse naturali ad un tasso superiore rispetto alla loro rigenerazione naturale implicano il peggioramento delle condizioni di vita delle generazioni sia presenti che future, sulla constatazione che la sovrapproduzione sta creando crisi cicliche in quei settori che soffrono di eccesso di capacità produttiva e che richiedono quindi una riconversione.

La sobrietà è dunque da intendersi non come l’ennesimo sacrificio dei soliti ma come lo sforzo collettivo di dare all’iniziativa economica una effettiva utilità sociale, garantendo il rispetto dell’ambiente in nome della vivibilità e della salute umana, la tutela dei diritti umani, una maggiore equità nella redistribuzione dei profitti. Ciò prevede quindi un’inevitabile trasformazione dei luoghi, dei tempi e dell’organizzazione del lavoro sulla base della sua funzione sociale (partecipazione, equità, sicurezza, libertà, dignità umana) come riconosciuto dalla Costituzione italiana, in particolare nell’art. 41: L’iniziativa economica  privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”

 

Non “di più a tutti i costi” come vuole il mantra della “crescita”, ma “meglio, sostenibile, umano e adeguato” devono essere le nuove parole d’ordine. Non si tratta di creare nuove fabbriche, ma di trasformare quelle esistenti per renderle più eco-compatibili e metterle in condizione di produrre ciò che serve secondo nuovi schemi di consumo orientati ai bisogni fondamentali per tutti. Trasformarle non solo da un punto di vista tecnico, energetico e produttivo, ma anche da un punto di vista dell’assetto proprietario, delle forme di assunzione, dei tempi di lavoro, dei livelli salariali, dei diritti sindacali, tenendo ben presente che il lavoro non è un costo da comprimere, ma una ricchezza da valorizzare.

 

Chiediamo l’ introduzione nelle valutazioni politiche di misuratori di benessere (es. Indicatori di felicità) che siano in grado di monitorare il benessere dei cittadini e di misuratori di impatto ambientale (Impronta ecologica www.footprintnetwork.org )  uniti alla redazione annuale di un bilancio ambientale dello stato da affiancare a quello economico. Va introdotta una legge sulla Responsabilità sociale di impresa per rendere trasparenti le attività delle aziende e la filiera produttiva e rendendo pubblici gli assetti proprietari delle grandi compagnie. Vanno disincentivate le delocalizzazioni e le importazioni di prodotti ottenuti a scapito dei diritti dei lavoratori e della sicurezza ambientale favorendo maggiormente l’economia locale.

 

Chiediamo che si elabori un piano industriale nazionale in cui, sulla base della tutela della salute, dei beni pubblici e dell’ambiente, lo Stato abbia una parte importante nel gestire l’inevitabile processo di riconversione ecologica dell’economia (partendo dal risparmio energetico) e di forte ridimensionamento e/o trasformazione di molti settori ormai giunti ad un livello di saturazione (es. auto, edilizia che cementifica il territorio, ecc.). E’ il caso della produzione dei mezzi di trasporto su gomma che va regolamentata in base all’effettivo bisogno pubblico e privato. E’ il caso dell’edilizia che cementifica e consuma il territorio, che va indirizzata alla ristrutturazione e costruzione sull’esistente, ponendo un fermo divieto al cambio d’uso dei terreni agricoli e forestali.

Chiediamo un’analisi approfondita dell’apparato produttivo dal punto di vista sia della sostenibilità ambientale-etica-so
ciale sia del livello di saturazione di mercato in modo da individuare i settori da chiudere, ridimensionare, riconvertire e quelli invece da potenziare  al fine di fare un bilancio dei posti di lavoro persi e dei posti di lavoro creati. Questa analisi dovrà includere il calcolo degli investimenti necessari per il sostegno al reddito in presenza di una inevitabile perdita temporanea di posti di lavoro (sia diretti sia legati all’indotto), per avviare le riconversioni/riqualificazioni (es. bonifiche, oppure smaltimento stampi e impianti produttivi), per creare posti di lavoro in settori sostenibili, per incentivare la ricerca scientifica e tecnologica sostenibile, per avviare un’opera di sensibilizzazione nel mondo della scuola (aspettative professionali, lavori immediatamente disponibili, professioni future nella green economy ecc).

I settori nuovi in cui investire riguarderanno le energie pulite, il riuso e riciclaggio dei materiali, gli interventi per rimediare al dissesto idrogeologico (il 70 % del territorio nazionale è in pericolo), la messa in sicurezza delle scuole (circa la metà di esse sono fuori legge), la  riparazione e gestione degli acquedotti (il 40 % dell’acqua si perde nella rete di distribuzione), il  miglioramento del trasporto pubblico urbano e regionale (in complesso il più arretrato d’ Europa), la manutenzione e fruizione dei beni culturali ecc. 

In un anno sono nate in Italia oltre 73.000 piccole imprese in settori sostenibili  (information technology, bioagricoltura e alimentare, green economy, riparazioni e cura della persona) a dimostrazione che l’ambiente e la sostenibilità stanno creando impresa in Italia.  Questo potrebbe essere anche lo spunto per un piano economico soprattutto per il Sud Italia.

 

Le risorse finanziarie dovranno essere recuperate attraverso misure di riforma fiscale e di bilancio, come sopra indicato.

 

A proposito dell’economia locale, vanno promossi i settori sostenibili (bioedilizia e riqualificazione energetica, recupero dell’esistente, energie rinnovabili, agricoltura, bonifiche) la filiera corta, i negozi di vicinato, l’artigianato e la piccola-media impresa, altre forme organizzative di dimensioni medio-piccole alternative all’attuale modello industriale e alla logica dell’aumento continuo dei consumi. Un esempio è dato  dalla forma organizzativa dell’economia civile (cooperative e imprese sociali) che sa produrre reddito e al tempo stesso inclusione.

Alcune esperienze positive e funzionanti da anni (es. gruppi di acquisto solidale, filiera corta del pane biologico, orti periurbani, gruppi di acquisto fotovoltaico, botteghe bio ecc.) possono essere promosse in tutta Italia e dimostrano che le nostre idee sono in grado anche di dar da vivere dignitosamente.   

Per quanto riguarda il sistema bancario proponiamo di valorizzare e promuovere l’esempio del risparmio etico e del microcredito.

Ricordiamo inoltre che ogni sforzo per risanare l’economia sarà vanificato se l’Italia non si doterà di una legge anti corruzione.

 

Ultimo ma non meno importante il tema della partecipazione democratica.  A fronte della possibile disgregazione sociale dovuta alla crisi attuale chiediamo una nuova legge elettorale per rimotivare i cittadini ad occuparsi attivamente di Politica (la maiuscola non è casuale!), legge che come minimo deve garantire ai cittadini la reale possibilità di scegliere i propri rappresentanti, di permettere a nuove formazioni nascenti di potersi presentare senza difficoltà e di essere concepite per perseguire l’interesse comune e non quello dei partiti. 

 

Fondamentale inoltre è dare seguito al dettato costituzionale che all’art 1 dice che la sovranità appartiene al popolo. Auspichiamo quindi l’approvazione della proposta di legge di iniziativa popolare sulla democrazia diretta di cui trova una copia su www.quorumzeropiudemocrazia.it  La raccolta firme è iniziata il 27 febbraio 2012.

 

In attesa di un Suo riscontro, la ringraziamo per l’attenzione  e inviamo distinti saluti

 

Seguono le sigle in ordine alfabetico dei movimenti e gruppi civici che sottoscrivono la lettera

Centro Nuovo Modello di Sviluppo www.cnms.it

Ecologisti e Reti civiche, Verdi europei www.ecologistiecivici.it

Liste civiche Marche www.listecivichemarche.it

Movimenti civici www.movimenticivici.it

Movimenti civici Sicilia www.movimenticivicisicilia.it

Partito Umanista www.partitoumanista.it

Rete civica italiana www.retecivicaitaliana.it

 

Per contatti:

Roberto Brambilla 338 88 03 715

Lara Benazzi   347 540 943 1

 

 

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