
Il mondo sembra impazzito. Per comprendere ciò che sta accadendo è necessario analizzare un arco storico molto ampio, che parte da circa 2800 anni fa. Dallo studio della storia e delle forme della politica emergono elementi fondamentali di comprensione, che mettono in luce l’urgenza di cambiare le modalità con cui la politica è oggi organizzata, in Italia e nel mondo.
Per “forme della politica” intendiamo l’insieme di leggi, regole e consuetudini che una società si dà per organizzare il proprio modo di fare politica: lo studio delle forme della politica è stato fatto dal filosofo italiano Giuseppe Polistena che, dopo 35 anni di ricerca indipendente, lo ha pubblicato nel libro “Politica, questa sconosciuta” (Mimesis Edizioni 2022).
Ci scusiamo sin d’ora per alcune drastiche semplificazioni, necessarie per esporre i concetti fondamentali.
I Greci e poi i Romani (già nel 500 a.C., quindi 2500 anni fa) avevano compreso che il senso profondo della politica è di confinare il potere e di permettere a portatori di visioni e interessi diversi di trovare un accordo attraverso il confronto, senza ricorrere alla violenza. Avevano riconosciuto che la politica, nella sua natura più profonda, è dialogo tra popoli e negazione della guerra.
Con la cacciata dell’ultimo re, Tarquinio il Superbo (509 a.C.), Roma entrò nel periodo repubblicano: il governo della società era affidato a due consoli, dotati di grande potere ma solo per un anno (temporizzazione del potere), e obbligati a decidere collegialmente, così da controllarsi a vicenda.
Il grande filosofo Aristotele (384–323 a.C.) sintetizzò nei suoi scritti i pregiudizi della sua epoca (patriarcato, inferiorità della donna, schiavitù, ecc.) e intuì l’importanza fondamentale della politica. Egli affermò però che la politica è una caratteristica naturale dell’uomo “ben fatto” (l’uomo è un “animale politico”) e che la sua finalità è “fare il bene”.
Quest’ultima affermazione rappresenta una terribile trappola intellettuale, perché sottrae alla politica il suo valore intrinseco di strumento per decidere senza ricorrere alla violenza e la sposta sul piano etico. Nel momento stesso in cui Aristotele riconobbe teoricamente la politica, finì per distruggerla.
Qualche tempo dopo, con il 27 a.C., Roma entrò nella fase imperiale. Le innovazioni politiche di Greci e Romani, non essendo state codificate, andarono perdute, mentre il pensiero di Aristotele fu tramandato fino all’epoca moderna grazie alle traduzioni in latino fatte in epoca medievale a partire da testi in greco e soprattutto in arabo.
San Tommaso d’Aquino (1224–1275), uno dei pilastri teologici della Chiesa cattolica, permeò il mondo cristiano del pensiero aristotelico, che divenne così la base “filosofica” su cui gli Stati moderni hanno fondato le proprie modalità di fare politica.
Per questo “terribile scherzo” della storia, la cultura politica attuale è ancora profondamente impregnata dei pregiudizi aristotelici, che continuano a operare e a regolare quasi tutti gli stati del mondo. Paradossalmente, la politica “occidentale” formalmente fondata sull’etica (“la politica deve fare il bene”) produce oggi esiti tragici: la morte di centinaia di migliaia di persone nelle guerre, come a Gaza; la disumana disparità nella distribuzione della ricchezza globale; la fame; l’incapacità di affrontare e risolvere tempestivamente crisi sistemiche come il cambiamento climatico. Perché accade tutto questo?
Accade perché il pensiero aristotelico ha indotto l’Occidente a organizzare la politica in un modo estremamente debole. Nel tempo, la politica non è stata in grado di governare lo sviluppo umano in maniera armoniosa, consentendo così la crescita incontrollata di poteri emergenti – economici, finanziari e tecnologici – che hanno finito per assoggettarla.
Si è così creato un circolo vizioso che si autoalimenta e che ha portato, tra le altre cose, a un’abnorme concentrazione di ricchezza e di potere in poche mani. Basti pensare, ad esempio, che le aliquote della tassazione progressiva negli Stati Uniti, dal 1950 a oggi, sono state drasticamente ridotte (vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Income_tax_(Stati_Uniti_d%27America)).
È fondamentale chiarire che la politica è l’unica attività umana in grado di normare la società: non lo può fare né l’economia né la finanza.
Quando la politica si trova in uno stato patologico, tutto il sistema entra nel caos.
La cultura occidentale è così giunta a concepire e accettare, senza comprenderne la gravità, forme patologiche della politica che la rendono strutturalmente debole. Ne citiamo solo due:
- il fatto che il mestiere del politico venga considerato un lavoro come gli altri e possa quindi diventare una fonte permanente di reddito per il sostentamento di una persona e della sua famiglia;
- il fatto che la stessa persona possa far parte della dirigenza del proprio partito e, contemporaneamente, sedere in Parlamento a legiferare per tutti.
Queste due consuetudini annientano l’efficacia della politica, che diventa un’attività di scarsa utilità per la cittadinanza e incapace di governare la complessità della nostra epoca.
La politica si indebolisce perché chi trae da essa il proprio reddito sarà visceralmente attaccato alla carica che ricopre. Un parlamentare, ad esempio, sarà più incline a soddisfare chi gli garantisce la rielezione (dirigenze di partito, poteri che finanziano le campagne elettorali) piuttosto che i cittadini, che di fatto non hanno mai potuto incidere realmente sulla sua elezione o rielezione. Nel tempo, questo meccanismo genera sfiducia nella cittadinanza perché la politica promette in campagna elettorale, ma non mantiene in Parlamento: gli eletti evitano infatti di approvare provvedimenti efficaci che potrebbero scontentare chi sostiene le loro carriere. Ma c’è di più.
A) L’appartenenza alla dirigenza di partito consente al parlamentare di controllare la comunicazione del partito e di condizionare le procedure istituzionali. Il partito perde così la capacità di criticare liberamente i propri eletti: chi dovrebbe essere valutato diventa controllore di sé stesso. Progressivamente, le istituzioni fagocitano spazi che dovrebbero appartenere alla cittadinanza, escludendo i giovani, facendo invecchiare la classe politica e rendendo sempre più difficile l’apporto di nuove energie e idee dalla società civile. Cresce così l’astensionismo, che non è semplice disinteresse, ma una percezione – più o meno consapevole – dell’inutilità della politica per come è oggi organizzata.
B) Il sistema occidentale di selezione della rappresentanza nelle istituzioni legislative è intrinsecamente corruttivo, perché spinge candidati e parlamentari nelle mani di chi ha il potere di determinarne le carriere. Questo danneggia anche chi crede di “vincere”, poiché le istituzioni finiscono per prendere decisioni contrarie all’interesse generale e persino alle leggi di natura. Ne derivano la lentezza nel contrastare il cambiamento climatico, la perseveranza nella costruzione e nel possesso di armi nucleari capaci di distruggere la vita sul pianeta, e l’accondiscendenza acritica verso il digitale e i social network.
La soluzione radicalmente nuova consiste nel creare politicità sociale, ovvero spazi di competenza esclusiva della cittadinanza, affinché possa produrre liberamente atti politici e fornire le direttive per chi, nelle istituzioni, è chiamato a legiferare per tutti. È necessario separare il partito dalle istituzioni che lo hanno fagocitato e progettarlo in modo che sia una libera associazione di cittadini e cittadine in cui chi coordina il partito non può candidarsi e chi sta in parlamento non può avere alcun potere nel partito. Inoltre occorre che i mandati abbiano una durata limitata recuperando in tal modo la temporizzazione dei romani. LCI vuole dare corpo proprio a questa impostazione e spera che anche altri partiti la seguano.
Non è una impresa da poco considerato che in Italia le persone che traggono un reddito dalla politica sono oltre trecentomila. Un cambiamento così forte, con 2400 anni di storia precedente, richiede un approccio non violento e tanta intelligenza e capacità politica.
L’umanità è a un bivio: o dare vita a una nuova civiltà umana o sparire dalla faccia della Terra.
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