Il prossimo 7 febbraio a Napoli si terrà un incontro di Lip Scuola (al quale tutti sono invitati) per decidere i quesiti ed il Comitato del referendum sulla scuola. LCI Pubblica il seguente testo di Giovanni Cocchi per aiutare ad entrare in argomento e a capire l’importanza della difesa della scuola pubblica in linea con la Costituzione.

 

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A cura di Giovanni Cocchi, insegnante
Comitato nazionale a sostegno della Lip scuola

Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica: scarica il testo del Progetto di legge-lip-scuola-al-senato

 

Vorrei iniziare con una considerazione che a me pare ovvia: la scuola è lo specchio della società, dalla Cina alla Finlandia. La scuola è tanto più o meno democratica quanto la società è tanto più o meno democratica.

In Italia, durante il Fascismo c’era una scuola autoritaria, a pensiero unico, destinata alla formazione elitaria di pochi. Era una scuola dittatoriale, dove il Preside chiamava direttamente gli insegnanti, per primi quelli che si erano distinti in guerra, quelli abituati ad obbedir tacendo, una scuola che cacciava i professori che non giuravano fedeltà al pensiero unico fascista.

La Resistenza e la nascita della Repubblica delinearono il paradigma e l’orizzonte di una scuola veramente pubblica, “organo vivente” e costituzionale di una società democratica: una scuola di tutti e per tutti, palestra del confronto tramite la libertà d’insegnamento.

La nostra carta costituzionale, forse la più bella del mondo, dedica alla scuola articoli meravigliosi. Stabilisce che ci devono essere scuole statali e gratuite per tutti perchè tutti devono poter studiare e che tutti i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i più alti gradi degli studi. E proprio per questo la Repubblica ha il compito di rimuovere tutti gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza ed impediscono il pieno sviluppo della persona umana. E perché non si ripetessero mai più arbitri e si perseguisse un pensiero unico, fu scritto che ogni assunzione deve essere “trasparente” ed imparziale” e che l’insegnamento deve essere libero, non come privilegio dell’insegnante, ma a garanzia dello studente, perché solo nel confronto delle libere opinioni c’è la possibilità di un apprendimento consapevole e non di un indottrinamento.

Dunque, per la nuova “Repubblica”, una scuola pubblica, inclusiva, gratuita,laica, pluralista, imparziale e trasparente e adeguatamente ed equanimemente sostenuta, con l’obiettivo di assicurare ad ogni giovane cittadino, da Sondrio a Mazzara del Vallo, le medesime opportunità per la propria formazione.

Dunque un progetto meraviglioso ed ambizioso che voleva chiudere per sempre con un passato terribile ed ignobile e disegnare un orizzonte di diritti, eguaglianza e libertà.

Prima la scuola non era così e neanche dopo, per molti anni, fu ancora così. Quando ho iniziato ad andare a scuola io – nel 1961 – molti miei compagni venivano subito bocciati e dispersi, il figlio del dottore avrebbe fatto il dottore e quello dell’operaio l’ operaio. La mia maestra, quando facevamo gli asini, minacciava di cacciarci nell’ultima aula in fondo a destra, terribile e misteriosa e con la porta sempre chiusa: l’aula dei “mongoloidi”, la chiamava.

Per fortuna, mentre stavo crescendo, diventavano sempre più quelli che si mobilitavano perché quella scuola cattiva e classista cambiasse e si avvicinasse al dettato costituzionale.

Così fui poi tra i primi, per fortuna, a frequentare la scuola media unica obbligatoria che superava la distinzione istituita dal Fascismo tra la scuola media d’élite e scuola di avviamento professionale, destinata a coloro che non dovevano proseguire negli studi. E nel 1968 la scuola materna statale riconosceva finalmente alle mamme la possibilità di lavorare lasciando i piccoli in una scuola vera, pubblica, laica e non identitaria. E nel 1971 la scuola elementare a tempo pieno, con le compresenze, per lavorare in gruppo ed aiutare chi rimaneva indietro.

Nel 1974 un altro tassello fondamentale: a seguito di uno sciopero generale – non della scuola, ma di tutta la società a dimostrazione di quanto la scuola fosse considerata, diremmo oggi “un bene comune” – vengono istituiti gli “organi collegiali”: la società, i genitori eleggono i loro rappresentanti nei Consigli d’Istituto, il governo della scuola diventa democratico e partecipato.

E nel 1977 finisce finalmente la “segregazione” dei ragazzi disabili: non più separati, concentrati e nascosti come “una vergogna” in classi differenziali, ma fonte di ricchezza e crescita per i compagni. E una valutazione formativa si sostituisce ai giudizi numerici e “incatenatori” nei confronti degli alunni più piccoli.

Io ho avuto la fortuna di cominciare ad insegnarein quegli anni, in quel clima, in quella scuola, che ha poi saputo raggiungere nella sua punta più avanzata, le elementari, i primi posti nel mondo; in quella scuola in cui – dati OCSE – ancora oggi, ma probabilmente non ancora per molto, il fattore socio economico incide molto meno che in paesi come la Francia, il Belgio e la Germania, avvicinandosi invece a Paesi virtuosi come la Finlandia e la Svezia.

Ci sono stati dunque tre decenni in cui la scuola faticosamente, ma progressivamente, stava avvicinandosi a quella disegnata dai padri costituenti.

Ma a partire dalla fine degli anni ’90 è cominciata un’inversione di tendenza sempre più accentuata.

Nel 2000, leNorme per la parità scolastica”, paradossalmente col primo governo di “sinistra”, aggirano il dettato costituzionale del “senza oneri per lo stato”. Al Ministero dell’Istruzione viene tolta la parola “pubblica”, primo forte segnale simbolico di tutto ciò che seguirà, e la politica scolastica passa nelle mani del Ministro delle Finanze: comincia la spoliazione, l’immiserimento. Dapprima coperti con fantasiose costruzioni “d’antan” – il grembiulino, la maestra unica – cui seguono tagli micidiali da 10 miliardi e 150.000 tra insegnanti e bidelli, che hanno portato a classi sovraffollate ed insicure, integrazione e alfabetizzazione impoverite e a tantissime ore di insegnamento in meno; sommandole tutte, pari a due anni in meno di istruzione.

E’ di nuovo tempo tempo di grandi mobilitazioni. Chi lavora nella scuola e chi manda i figli a scuola – ancora INSIEME, ancora una volta in nome del “bene comune” scuola – non ci stanno. Un frutto straordinario di quelle reazioni è stata proprio la Lip, la Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica (del 2005 che voleva portare ad un ulteriore evoluzione quei tre decenni innovativi: possibilità del tempo pieno per tutti, valutazione formativa, nuovi programmi, una più lunga scolarizzazione (dai 6 ai 18 anni), l’abbassamento a 22 del numero degli alunni per classe, vera accoglienza e integrazione degli immigrati, dei disabili, di chi è in difficoltà, risorse certe e adeguate (6% del Pil), estensione della partecipazione democratica … solo per richiamare alcuni dei punti qualificanti di quella proposta di legge, che è stata la nostra bandiera alternativa alla pessima scuola di Renzi e che è comunque nostra ferma intenzione ripresentare.

Ma nonostante le proteste l’attacco alla scuola pubblica non si ferma ed anzi si fa più raffinato: non avviene più solo dentro ma anche fuori dalla scuola, perchè l’esperienza ha insegnato che occorre separare la scuola dalla società, se no non si riesce a procedere. Così parte una poderosa campagna di delegittimazione degli insegnanti agli occhi della società: chi mai arriverà poi in soccorso di insegnanti dipinti come privilegiati, fannulloni, incapaci, che addirittura si fanno umiliare dai loro studenti su youtube?

In aggiunta, perdita dopo perdita, taglio dopo taglio, i genitori che sono entrati a scuola negli ultimi anni non sanno cosa hanno perduto; per loro la scuola è quella che c’è adesso: Invalsi (la valutazione dei ragazzi con test a crocette), “oggettività”, e la foglia di fico dell’informatica.

Una scuola via via più impoverita che Renzi – nascondendone le vere cause e attribuendone invece la colpa agli insegnanti – ha gioco facile a definire “non funzionante” e dunque da rinnovare completamente. Ed ecco allora la “Buona scuola”, che sotto lo slogan/panacea dei:“ Tre miliardi, il più grande investimento sulla scuola e 100.000 nuovi insegnanti” nasconde il ricatto delle assunzioni se e solo “in cambio” della fine del nostro ruolo di promozione sociale, della nostra libertà, della nostra autonomia, della “sovranità” nostra e dei genitori.

Per smontare quello spot basterebbe un dato per tutti, scritto nero su bianco senza alcuna vergogna nel Def: questo governo che urla “Riprendiamo ad investire sulla scuola!” è lo stesso che abbasserà in 5 anni la spesa per l’ istruzione, portandola dal 3,7 al 3,5 del PIL spedendoci definitivamente all’ultimo posto nella classifica europea.

E’ fondamentale capire il vero obiettivo celato sotto l’apparenza così compassionevole delle nuove risorse e delle nuove assunzioni: la residua “distruzione” del progetto fondativo di una scuola di tutti e per tutti.

Con l’approvazione della legge 107/2015 sulla “Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti”, un’approvazione con voto di fiducia blindato e sordo addirittura alla più grande mobilitazione mai vista nel mondo della scuola, l’ancora costituzionale è stata levata e la barca comincia a veleggiare verso un orizzonte lontanissimo dal dettato costituzionale, un sistema simile a quello statunitense: scuole private a go go per chi potrà permettersele, poche scuole pubbliche d’eccellenza nei quartieri bene delle città, tante scuole senza speranza nelle periferie povere. Nelle prime – finanziate dai privati, con la selezione degli insegnanti migliori – verranno formate le classi dirigenti. Nelle seconde una forza lavoro, flessibile e disponibile, a basso costo; scuole dove non si perda più tempo a formare coscienza critica, cittadinanza, alta specialità, ritenuti costi non più “sostenibili” né necessari.

Fine delle pari opportunità per i ragazzi con la fine dell’unitarietà del sistema scolastico e della parità di trattamento delle scuole. Fine della libertà e della dialettica d’insegnamento, minati dalla chiamata diretta e dai premi ai più meritevoli individuati in modo insindacabile da un Dirigente insindacabile. Fine della “sovranità” democratica edel governo democratico della scuola, fino ad ieri in mano agli organi collegiali – Consiglio d’Istituto ed al Collegio docenti – che oggi sono completamente esautorati dal potere monocratico conferito al Dirigente.

Il governo democratico della scuola, così faticosamente conquistato nel 1974, rimarrà solo un simulacro: la progettazione educativa e didattica, finora di sola competenza del Collegio Docenti, non è più autonoma, ma deve adeguarsi agli  “indirizzi per le attività della scuola e delle scelte di gestione e di amministrazione definiti dal dirigente scolastico”, cioè ai paletti, alla cornice ed all’orizzonte da lui preventivamente definito. E’ del tutto evidente il passaggio di poteri dagli organi collegiali ad una sola persona (il Dirigente) e ciò non potrà che determinare un ulteriore calo della partecipazione dei genitori. 

Una scuola che non ha più al suo centro parole di pedagogia e didattica, ma solo altre attribuibili alla sfera del “mercato”: finanziamenti, privati, sponsor, competizione, organizzazione aziendale, catena di comando, staff, selezione meritocratica e controllo del personale.

Quella di Renzi è una scuola che torna ad essere quella contro cui si batteva Don Milani: quella che riproduce il sociale con le sue disparità di classe e di zona, quella che rinuncia alla suo compito di ridistribuzione delle opportunità.

La Buona scuola, la scuola buona è quella della Costituzione, quella così faticosamente conquistata, quella che ancora oggi prova ad esistere e resistere. Quella che vuole imporci Renzi è cattiva, cattivissima; un ulteriore passo verso l’ingiustizia.

Vorrei concludere da dove ho iniziato: dalla considerazione della scuola come specchio della società.

La rivolta democratica del ’68 è stata la cornice che ha poi permesso quei tre decenni positivi di cui parlavo all’inizio. Senza il ’68, che presa avrebbe avuto la denuncia di Don Milani, quanto del suo messaggio sarebbe stato raccolto?

E la scuola apparecchiata oggi – con la sovranità assolta ad un uomo solo al comando, il disimpegno delle risorse pubbliche a favore dell’intervento dei privati, l’orizzonte delle charter school, l’abnorme espansione dell’avviamento/alternanza al lavoro – non sono forse lo specchio di un Stato sempre più neoliberista e “presidenziale”?

Se la scuola è lo specchio della società, non è possibile cambiare la scuola solo agendo al suo interno. Se la scuola è lo specchio della società – prima, insieme e con ancor più determinazione – per cambiare la scuola e renderla davvero democratica dovremmo provare a cambiare la società.

La “Buona scuola”, il Jobs act, l’Italicum, la riforma costituzionale sottendono tutte un’unica ideologia autoritaria: un uomo solo al comando, un solo partito al comando . Dunque la posta in gioco è drammatica e non riguarda solo chi nella scuola ci lavora, ma l’intero Paese e la sua tenuta democratica.

Se è così, la risposta alla domanda delle domande – Che fare?- è di una semplicità disarmante: unire le forze, combattere ogni settarismo, rinunciare alle nostre piccole appartenenze, costruire un unico fronte di resistenza democratica.

Il 5 settembre 2015, proprio da qui, a Bologna, da un incontro nazionale sulla scuola a cui hanno partecipato anche il Coordinamento per la democrazia costituzionale, Coalizione sociale, gli ambientalisti, è partita l’idea, l’appello, la volontà di costruire insieme una grande tornata referendaria sociale che ridia ai cittadini la parola che è stata loro tolta.

Il prossimo 7 febbraio a Napoli (siete tutti invitati) decideremo insieme i quesiti ed il Comitato del referendum sulla scuola.

Infine un’ultima domanda, una responsabilità ancora più forte e pressante.

Citando ancora una volta Don Milani: “la politica è sortirne insieme”. Insieme.

Saremo all’altezza, ne saremo capaci?

 

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