For more on the path to weak politics and the concept of social politicity
Texto en espanol sobre los fundamentos historicos y la políticitad social
20251129 Deutscher Text uber historische Hintergrunde und Soziale Politizitat
20251128 Texte en français sur les approfondissements historiques et la politicite sociale
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I principali passaggi culturali del concetto di politica.
Se si resta nell’ambito della società umana, la politica è l’invenzione più alta e nobile che sia mai stata concepita.
Per comprenderne l’evoluzione è utile andare indietro nel tempo fino ad arrivare all’ottavo secolo A.C. al tempo di Roma, Sparta e Atene. Gli abitanti di quelle città avevano capito che potevano fare a meno dei re e avevano intuito senza però codificare nulla, che la politica ha il fondamentale compito di confinare il potere e di far dialogare, all’interno di una comunità (una polis, uno stato, ecc.), i portatori di interessi diversi allo scopo di individuare una visione di futuro e obiettivi condivisi: il tutto senza fare ricorso alla violenza.
Questa concezione di politica portava con sé la temporizzazione del potere e infatti i consoli a Roma avevano molto potere ma la loro carica poteva durare solo per un anno. Nel quarto secolo A.C. il filosofo Aristotele (tutore di Alessandro Magno) ha affermato che la politica ha lo scopo di fare il bene. San Tommaso d’Aquino adotterà in seguito questa visione che influenzerà tutta la cristianità.
L’ affermazione di Aristotele, che a prima vista sembra ovvia e positiva, porta la politica in un campo etico e fa perdere di vista le fondamentali intuizioni di greci e romani.
Purtroppo questa impostazione è ancora dominante nella cultura occidentale ed è proprio la causa dell’estrema debolezza della politica. Infatti l’occidente accetta che la politica possa essere una attività che può essere svolta da una persona per tutta la vita (quindi permette l’opposto di ciò che la temporizzazione del potere richiederebbe), inoltre ammette che la stessa persona possa essere a capo del suo partito e contemporaneamente possa sedere in parlamento a fare le leggi per tutti. Queste due consuetudini hanno delle conseguenze devastanti sull’efficacia della politica.
Perché?
Una persona che fa il politico di mestiere, trae il reddito per far vivere i suoi figli se riesce a mantenere nel tempo la sua poltrona. A quella poltrona è collegata la sopravvivenza della sua famiglia: tutto ciò genera un legame viscerale. Il fatto che quella stessa persona ha il potere di fare le leggi per tutti lo porta fatalmente a fare leggi che proteggano la sua carriera e impediscano il ricambio. Tutto ciò porta all’esclusione dalla vita dello stato sia dei cittadini con il fenomeno dell’astensionismo, sia di importanti categorie sociali come ad esempio le associazioni. Un imperdonabile spreco di preziose energie.
In questa situazione occorre inoltre tenere presente il grande potere dei vertici del partito, che grazie alla possibilità di far rieleggere o meno i parlamentari, diventano le persone a cui l’eletto fa riferimento, mettendo in secondo ordine la soluzione dei problemi della cittadinanza.
In questo quadro è evidente che le istituzioni pian piano fagocitano gli spazi per fare politica che dovrebbero essere di stretta competenza della cittadinanza. In questo modo la cittadinanza viene sempre più estromessa dalla gestione dello stato con un gravissimo danno per il buon funzionamento delle istituzioni perché come minimo non c’è nessuna entità organizzata in grado di svolgere un efficace controllo dell’operato delle istituzioni. Il controllato e il controllore alla fine coincidono.
Una riprova di questo fenomeno è la percezione comune della frase “Di questo problema dovrebbe occuparsi la politica”. La gran parte delle persone, sentendola, corre col pensiero ai palazzi del potere e i loro occupanti che dovrebbero pensare alla soluzione del problema. Nessuno pensa che la cittadinanza, organizzata in enti intermedi, i partiti, potrebbe discutere il problema, trovare soluzioni e chiedere agli eletti del proprio partito di impegnarsi a fare leggi per risolverli. Tutto ciò non accade perché i partiti non sono mai esistiti in tal senso.
Cosa è la politicità istituzionale e la politicità sociale.
1) I due tipi di politicità
Schematicamente, possiamo individuare due tipologie di politicità (abbiamo sentito la necessità di creare un neologismo che permettesse di sintetizzare in sé una serie di concetti).
La prima è la politicità istituzionale espletata nelle istituzioni previste dalle Costituzioni dei vari stati, come il governo e il parlamento, in cui si assumono decisioni vincolanti per tutti.
La seconda è la politicità sociale che dovrebbe essere espletata dai cittadini e dalle cittadine e si concretizza in un insieme di funzioni e azioni che agiscono in stretta correlazione tra loro.
2) Cos’è la politicità sociale
Con “politicità sociale” indichiamo quell’insieme di strumenti, azioni e funzioni che consente ai cittadini e alle cittadine di elaborare idee e visioni politiche per indirizzare e controllare la politicità istituzionale nell’interesse della collettività. La politicità sociale, quindi, si sviluppa quando la società civile dispone di spazi politici e strumenti per formarsi, confrontarsi, esprimere le proprie istanze e proposte, partecipare alla elaborazione dei programmi elettorali e alla selezione dei candidati alle cariche elettive, verificare e valutare l’operato degli eletti.
E’ utile evidenziare che le elezioni non sono sufficienti per affermare che esista la politicità sociale, perché le elezioni dovrebbero essere il punto di arrivo di un percorso di partecipazione, confronto ed elaborazione di una visione della società. Diversamente le elezioni si riducono a un rito che diventa parvenza di democrazia.
3) Gli elementi indispensabili per fare politicità sociale
a) Un sistema di informazione indipendente
b) Una formazione alla “Politica” per la cittadinanza
c) L’esistenza di partiti e/o formazioni politiche, intesi come libere associazioni di cittadini/e per partecipare e contribuire alle scelte politiche.
4) Perché nella società attuale c’è poca politicità sociale?
In tutto il mondo, per ragioni storiche, i sistemi politici contemporanei non consentono lo sviluppo della politicità sociale, anzi la comprimono, poiché permettono il cumulo di potere in capo alle medesime persone fisiche che pretendono di esercitare contemporaneamente sia la politicità istituzionale (come parlamentari o membri dell’esecutivo) sia la politicità sociale (nelle posizioni chiave del partito). Questo cumulo di ruoli è il principale fattore che annulla la politicità sociale: è quindi evidente che, per farla prosperare, occorre una netta separazione tra politicità sociale e politicità istituzionale, altrimenti controllori e controllati coincidono determinando un pericoloso conflitto di interessi.
Di seguito l’elenco di alcuni punti critici relativi alla situazione italiana.
1) E’ il gruppo dirigente del partito che seleziona i candidati i quali, una volta eletti, si sentono “vincolati” per il loro futuro politico ai partiti che li hanno fatti eleggere, tendendo così a trascurare l’interesse collettivo. Questo sistema di selezione del ceto politico e amministrativo che privilegia le nomine, nelle liste elettorali, negli enti pubblici e nelle società partecipate, di persone vicine ai partiti e fedeli ai capi, rende asfittica la classe dirigente del paese e porta al progressivo dilagare del clientelismo e del consociativismo.
2) L’eletto tende a mettere al primo posto la propria rielezione entrando in conflitto di interessi con la propria funzione pubblica. Questo fatto, umano e comprensibile, porta a:
a) Stravolgimento della funzione del partito perché è utilizzato come strumento di potere e di promozione personale anziché come strumento di sviluppo della politicità sociale;
b) Degrado delle istituzioni perché nei posti nevralgici sono collocate persone organiche al partito, privilegiando la fedeltà piuttosto che la competenza.
3) Le campagne elettorali necessitano di grandi mezzi economici e mediatici che spesso sono forniti da gruppi di potere che poi, ovviamente, chiedono una contropartita.
Questi fenomeni appena descritti favoriscono un intreccio perverso tra potere politico (politicità istituzionale) e potere economico-finanziario, accademico e mediatico, con una tentacolare presenza dei partiti in ogni aspetto del vivere civile, con un generale appiattimento sociale e una perdita delle potenzialità che solo una società intellettualmente libera può esprimere.
La politicità sociale ha una vitale necessità di forze politiche profondamente rinnovate.
Per quanto esposto, riteniamo che: la politica non possa essere assimilata ad una comune professione, non possa essere esercitata a vita all’interno delle istituzioni e che per risolvere le attuali patologie della politica, non basti un ricambio di persone (seppur dotate di comprovata onestà e competenza), ma servano cambiamenti strutturali delle forme della politica. A titolo d’esempio: l’impossibilità di cumulare incarichi, una legge sui partiti, un limite al numero di mandati, il divieto di abbandono del mandato avuto dagli elettori.
Ecco quindi che per superare le patologie evidenziate, occorre anche impegnarsi per sviluppare un’azione politica e culturale.
5) Perché è indispensabile sviluppare la politicità sociale?
La ricchezza di risorse intellettuali della società rischia di non essere valorizzata dalla mancanza di politicità sociale cosicché tutta la società ne soffre perché non riesce a pensare politicamente; quindi non produce quelle visioni condivise di cui la società ha estremo bisogno per evitare di essere sopraffatta da interessi ben organizzati che non hanno come scopo primario l’interesse generale.
Le tante associazioni politiche e culturali, di cui è ricca la società civile, non riescono, per mancanza di regolamenti e spazi adeguati, a rapportarsi con le istituzioni che, pur dichiarandosi sensibili, sono di fatto sorde alle istanze sociali.
Attualmente tutte le scelte politiche vengono realizzate solo dal settore istituzionale (politici di professione e apparato burocratico) che, muovendosi secondo rapporti di potere istituzionali, economici e sociali consolidatisi nel tempo, non può sviluppare una visione politica rivolta all’interesse di tutti. Questa situazione provoca spesso rotture sistemiche come, ad esempio, crisi politiche, economiche, ambientali o guerre.
Alla società, emarginata e priva di adeguati strumenti di partecipazione, non rimangono altro che clamorose forme di protesta o il ritiro rassegnato nel proprio privato.
6) Quali riforme per lo sviluppo della politicità sociale?
6.1) Norme sui partiti
Status quo: Oggi ogni partito è guidato da persone che sono nello stesso tempo nelle istituzioni dello stato, creando doppio ruolo, doppio potere, grande inefficienza, scarso controllo e corruzione. Le liste elettorali non vengono definite dalla cittadinanza, dopo aver valutato e selezionato i candidati, ma dagli apparati di partito. Infine non c’è trasparenza circa la provenienza dei finanziamenti ai partiti.
Obiettivo: Chi ha la rappresentanza di un partito o lo guida non può assumere cariche elettive pubbliche o incarichi di governo. La riforma dei partiti deve introdurre democrazia e partecipazione nei processi decisionali interni ai partiti; ad essi saranno attribuite anche funzioni pubbliche affinché diventino strumenti associativi per favorire la partecipazione della cittadinanza alle scelte politiche.
6.2) Riforma della scuola
Status quo: La scuola, in generale, tende a istruire ma non a formare civicamente. Dalla scuola di ogni ordine e grado si esce tendenzialmente senza sapere come funzionano le istituzioni, senza avere nozioni di base di diritto, senza saper esercitare i propri diritti e senza avere gli strumenti per comprendere il linguaggio della pubblica amministrazione.
Obiettivo: la scuola non deve assolvere solo il compito d’istruire, ma deve formare alla cittadinanza attiva con un programma unico nazionale affinché ogni persona sia preparata a entrare nella società con consapevolezza del proprio ruolo: ogni cittadino/a non solo deve conoscere il funzionamento delle istituzioni, ma deve essere in grado di esercitare i propri diritti e di adempiere i propri doveri.
Molto utile sarebbe anche l’insegnamento della nonviolenza e in particolare della comunicazione nonviolenta, fondamentale per giungere ad una diffusa capacità di dialogare con serenità, di ascoltare e di rispettare l’interlocutore imparando ad usare la politicità sociale come strumento per comporre diverse visioni e trasformarle in operatività e norme a favore della collettività.
6.3) Riforma dei mezzi di informazione
Status quo: Oggi gran parte dei media, compresi quelli pubblici, sono controllati da gruppi di potere (politico ed economico) che influenzano pesantemente l’informazione. L’Italia si colloca al 41° posto nella graduatoria secondo la classifica del 2023 di «Reporter sans frontières».
Obiettivo: Un servizio pubblico libero e plurale per favorire pensiero critico e consapevolezza. A tal fine sarà necessario che gli operatori dell’informazione pubblica siano selezionati con metodi trasparenti, avendo riguardo al pluralismo dell’informazione ed evitando rendite di posizione. In quesrto senso è importante il regolamento “Media Freedom Act” approvato l’8 agosto 2025 dall’Unione Europea. Il fine ultimo del sistema informativo deve essere quello di soddisfare il diritto alla conoscenza. Non basta mettere a disposizione di tutti/e i documenti e i dati se non si creano le condizioni per una loro effettiva fruibilità. L’informazione deve accompagnare i processi evolutivi all’insegna della nostra Costituzione e della democrazia.
In particolare riguardo al servizio pubblico radiotelevisivo riteniamo che anche i cittadini e le cittadine debbano avere un ruolo nel controllo della gestione del servizio stesso per garantirne l’indipendenza.
7) Quale ruolo per associazioni, comitati, gruppi e movimenti
L’approccio della politicità sociale, prevedendo la creazione di forze politiche / partiti radicalmente diversi dal passato che diventano un vero e proprio ponte tra cittadinanza e istituzioni, favorirebbe anche una naturale evoluzione del ruolo delle associazioni, dei gruppi, dei movimenti e dei comitati. E’ necessario però un cambiamento di mentalità: occorre infatti superare il pregiudizio verso la politica e capire che la politica, se strutturata diversamente, diventerebbe il luogo ideale per l’ascolto, la valutazione e l’eventuale realizzazione delle proposte della società civile. Questi enti in un prossimo futuro potrebbero quindi dare un notevole contributo alla politicità sociale collaborando ad esempio alla definizione dei programmi politici e alla segnalazione di candidati da inserire nelle liste elettorali. E’ importante che questi enti colgano l’importanza e le potenzialità della politicità sociale e quindi decidano di farne parte inserendosi in una rete paritetica che permetterebbe sinergie e accelererebbe il cambiamento culturale necessario a modificare le forme della politica nell’interesse collettivo.
8) Riflessioni finali.
La politica e la politicità sociale sono intimamente legate alla comunicazione nonviolenta, perché la politica grazie al confronto e all’ascolto, grazie all’attenzione verso l’altro potrà trovare le migliori sintesi tra le diverse visioni delle varie componenti della società. La violenza è la negazione della politica.
Sottolineiamo che lo sviluppo della politicità sociale nella società potrebbe portare un netto miglioramento del funzionamento delle istituzioni e della società in generale. Nonostante siamo consapevoli che la politicità sociale non è la “soluzione ai problemi” ma la premessa indispensabile per la loro soluzione, poiché permette di affrontare i problemi complessi generati dai grandi poteri economico-finanziari che governano il mondo.
Solo attraverso la partecipazione e la crescita civica di tutti i cittadini e le cittadine si potranno governare meglio i fenomeni sia locali che mondiali per un futuro di prosperità e di pace.

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