Programma Parte 1 – Linee generali

marzo 22, 2013 in Organizzazione da Balzan

Lista Civica Italiana

LINEE PROGRAMMATICHE

Valori, analisi e proposte generali

aggiornamento 2013 03 22

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Indice analitico

01 – Perchè questo programma

02 – La mancata attuazione della Costituzione da parte della classe politica

03 – Come uscire dalla crisi

è necessario un grande cambiamento culturale

04 – Concetti e valori indispensabili per fondare le scelte della politica

05 – La situazione italiana – 2011/12

06 – Dalla “crescita

07 – La fiscalità come elemento fondamentale del cambiamento

08 – Problema del debito, della spesa pubblica e del risanamento delle finanze

09 – Lavoro e welfare

10 – Commercio, grande industria e piccola-media impresa, artigianato, esercizi commerciali, agricoltura, turismo

11 – Politiche energetiche e ambientali, territorio, infrastrutture

12 – Partecipazione democratica e riforma della politica

13 – Legalità, lotta alle mafie e alla criminalità

01 – Perché questo programma

1.1 Questo programma vuole essere la base per un progetto comune e condiviso, che ricrei speranza e motivazione collettiva e che costituisca un preciso riferimento nazionale per le future politiche sociali, ambientali ed economiche del paese. La fonte ispiratrice è la Carta di intenti della Lista civica italiana.

1.2 Essointende attuare i principi fondamentali della Costituzione, riconoscendo la Persona come anteriore allo Stato e quest’ultimo al servizio di essa.

1.3 Occorre essere realistici e capire che la complessità di un sistema economico e sociale come quello italiano richiede da un lato grande chiarezza e determinazione circa i nuovi obiettivi da perseguire, ma dall’altro una grande flessibilità nel gestire la transizione dal modello economico attuale a un modello più sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale, dato che non si può dimenticare che questo processo interagisce con la vita delle persone e la sopravvivenza delle famiglie.

1.4 Nella redazione di questo programma abbiamo cercato di mettere a confronto le proposte di gruppi diversi – quindi con esperienze e visioni diverse – contribuendo a creare cittadini/e informati, responsabili e protagonisti del cambiamento.

1.5 Segnaliamo che diverse parti del programma sono state prese o rielaborate da documenti proposti da autorevoli gruppi (associazioni ecc.) di cui condividiamo il pensiero. Riteniamo infatti che una forza politica debba farsi promotrice delle istanze di quanti lavorano nella società civile per il bene comune. Alcune proposte sono prese da documenti di altre forze politiche: anche in questo caso ci pare che non ci sia nulla di male visto che LCI pensa che la ricerca del bene comune e la dialettica politica possano portare i partiti al dialogo costruttivo evitando scontri improduttivi e spesso solo ideologici o strumentali ad altri fini.

02 – La mancata attuazione della Costituzione da parte della classe politica

2.1 I governi che si sono succeduti dal dopoguerra in poi non hanno dato seguito alle disposizioni costituzionali, a partire dall’Art. 3 che sancisce come compito della Repubblica quello di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

2.2 Oggi più che mai possiamo constatare il fallimento della classe politica che, nel perseguire un modello economico-sociale basato sulla crescita forsennata e sugli interessi dei poteri forti, ha disatteso l’Art. 4 della Costituzione, secondo cui la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

2.3 Non si è dato seguito inoltre all’Art. 9 dal quale, combinato con gli Artt. 2, 3, 32 della Costituzione, si può ricavare l’importanza data al diritto soggettivo della persona e all’interesse della collettività a vivere in un ambiente salubre, in cui i fenomeni dell’inquinamento debbano essere limitati e combattuti allo scopo di non danneggiare la salute fisica e psichica dell’individuo.

2.4 : Il principio personalista e il valore primario della persona devono indurre a dare tutela giuridica all’ambiente e ad ogni ambito di vita ogni qualvolta possano essere collegati ai diritti fondamentali.

2.5 Allo stesso modo è stato ignorato dal legislatore l’Art. 41, che sancisce chiaramente che l’attività economica “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

2.6 Nessuna effettiva applicazione, inoltre, dell’Art. 53. Questo articolo sancisce al suo primo comma che l’oggetto della imposizione fiscale deve essere la capacità contributiva effettiva e non il reddito, e fonda il sistema tributario nel suo complesso a criteri di progressività, tenendo conto sia dei tributi diretti sia degli indiretti (i quali, come l’IVA, si applicano ai consumi).
A questo articolo, che da solo rappresenta l’intero cuore economico della nostra Costituzione, i padri costituenti affidarono il compito di finanziare il bilancio dello Stato e attuare così il disegno costituzionale.

03 – Come uscire dalla crisi: è necessario un grande cambiamento culturale

3.1 Le principali preoccupazioni degli Italiani e di tanti altri popoli – la crisi finanziaria mondiale, il problema dell’occupazione, la corruzione, l’inquinamento– sono il risultato di scelte globali politiche, economiche e ambientali che non hanno messo al centro la persona e i suoi bisogni fondamentali, ma hanno privilegiato la crescita incontrollata e fine a se stessa.

3.2 Il succedersi negli anni di crisi economiche che mettono in gravi difficoltà le persone richiede una nuova visione che superi l’idea che “più crescita” coincida con “più benessere per tutti”. L’obiettivo dell’economia – che è una disciplina umana e non una scienza – deve essere quello di far vivere bene i cittadini.

3.3 Oggi, purtroppo, si sta cercando di superare la crisi adottando la stessa logica e le stesse idee che l’hanno creata, e quindi aggravando ed eludendo i problemi anziché risolverli.

3.4 Il superamento della crisi auspicato da Lista Civica Italiana sarà possibile solo con una profonda riflessione critica sul modello economico basato sulla “crescita” che sta distruggendo le risorse del pianeta, ha sostituito l’economia produttiva con la finanza e ha prodotto gravissime ingiustizie sociali in tutto il mondo.

3.5 I governi, che più o meno coscientemente hanno perso il controllo della finanza, dicono, in modo spesso strumentale, che devono rendere conto ai mercati come se questi fossero l’unico vero “giudice”.

3.6 Noi affermiamo che i mercati sono una costruzione del tutto “umana” e quindi analizzabile, modificabile e dominabile, mentre le leggi di natura non possono essere cambiate a nostro piacimento e quindi è a queste che ci dobbiamo “adeguare”.

3.7 La classe politica non deve essere succube di lobby e poteri forti, e deve avere il coraggio di dare vita a una profonda operazione culturale cambiando i parametri di valutazione: il profitto fine a se stesso come unico parametro di giudizio del successo favorisce i grandi poteri finanziari ed è cieco rispetto alle enormi potenzialità (solidarietà, empatia, spirito di collaborazione, ecc.) insite nell’animo umano e che fanno parte dei principi fondanti della nostra Costituzione.

3.8 La crisi attuale quindi:
3.8.1 – favorisce, in nome di luoghi comuni acriticamente accettati come la “liberalizzazione dei mercati”, quanti vogliono speculare sui beni comuni, ovvero i beni di tutti i cittadini che stanno alla base della qualità della vita di ciascuno di noi e permette “procedure di emergenza” che esulano dall’interesse pubblico. Si pensi ai “salvataggi” effettuati con ingenti trasferimenti di soldi pubblici a gruppi privati (es. banche), al taglio dei fondi agli enti locali che costringono i comuni a far cassa svendendo immobili e territorio alla speculazione;

3.8.2 – è il risultato di un modello economico-industriale che sta facendo pagare ai più i benefici materiali goduti da pochi, in termini di minori diritti umani, di decrescenti sicurezze sociali e di riduzione delle risorse ambientali;

3.8.3 – ha dimostrato che le idee neoliberiste, secondo cui l’economia va liberata dai “lacci” della politica e i mercati sono capaci di regolarsi con un intervento minimo dello Stato, hanno fallito. Spesso l’intervento pubblico è stato invece invocato (dai liberisti) per salvare imprese private e banche;

3.8.4 – evidenzia che il ritornello “privato efficiente, pubblico inefficiente”, spesso utilizzato per giustificare la cessione ai privati dei beni pubblici, sia da ritenere sorpassato, anche alla luce dei recenti salvataggi delle banche sull’orlo del fallimento e dell’esistenza invece di efficienti consorzi pubblici.

3.9 Occorre inoltre prendere coscienza dei seguenti elementi:
3.9.1 – dietro il “mercato” ci sono sempre scelte e interessi di persone e la Politica dovrebbe governare i meccanismi economici anziché subirli o lasciarli agire incontrastati;

3.9.2 – l’esistenza di gruppi economici privati che hanno una disponibilità finanziaria equiparabile o superiore a quella di interi stati è, in mancanza di regole certe, una minaccia reale per la democrazia;

3.9.3 – per alcuni decenni le élite economiche, grazie alla disponibilità di potenti mezzi di comunicazione e ad un comportamento compiacente di molti partiti, sono riuscite a diseducare gli italiani al senso di cittadinanza, puntando a renderli consumatori passivi e cittadini sfiduciati rispetto alle istituzioni. In questo modo si è attuata una strisciante e continua erosione degli spazi di democrazia;

3.9.4 – vivere in una democrazia non è un fatto acquisito una volta per tutte, ma richiede ai cittadini un impegno costante, che viene ripagato in termini di libertà e dignità, e di una società con servizi migliori e più accessibili a tutti;

3.9.5 – il consumo delle risorse naturali ad un tasso superiore rispetto alla loro rigenerazione naturale implica il peggioramento delle condizioni di vita delle generazioni attuali e future;

3.9.6 – attuare politiche rispettose delle persone e dell’ambiente può portare a notevoli risparmi a lungo termine dovuti alla diminuzione delle spese statali per risanare disastri ambientali (alluvioni in zone dove si è costruito abusivamente o dove si è disboscato), per alleviare il disagio sociale (effetti delle droghe, psicofarmaci, devianza sociale ecc.), per contenere la microcriminalità, per la sanità (malattie dovute ad ambienti insalubri, al fumo ecc.);

3.9.7 – il pagamento delle tasse in modo equo, con l’applicazione dell’Art. 53 della Costituzione, è la forma più concreta con la quale il cittadino dimostra di credere nello Stato in cui vive;

3.9.8 – le persone, nella società, devono trovare un ambiente sicuro e accogliente nel quale realizzarsi e dare il meglio di sé.

04 – Concetti e valori indispensabili per fondare le scelte della politica


4.1 il benessere delle persone e il rispetto della vita sulla Terra come obiettivo centrale della politica;

4.2 un approccio multidisciplinare capace di cogliere la complessità del mondo e il valore delle differenze;

4.3 la nonviolenza, la cooperazione e la solidarietà;

4.4 la coscienza dei limiti ambientali del pianeta e dell’impossibilità di superarli;

4.5 la valorizzazione dei punti di forza dell’Italia (ambiente, paesaggio, cultura, arte, patrimonio storico ed artistico, sole, cibo di grande qualità, creatività, piccola-media impresa, artigianato di grande livello qualitativo, ecc.);

4.6 la ricerca costante di una maggior giustizia e legalità;

4.7 il monitoraggio continuo dei risultati ottenuti rispetto al benessere fisico e morale dei cittadini con nuovi parametri di valutazione che superino il PIL (indicatori di felicità – vedi www.oecdbetterlifeindex.org);

4.8 la ricostruzione del senso di cittadinanza e il coinvolgimento attivo dei cittadini nelle scelte della comunità grazie agli strumenti della democrazia diretta che permettono di integrare la democrazia rappresentativa;

4.9 la promozione delle energie e risorse che gli esseri umani hanno in sé e che l’attuale sistema sociale basato sulla competizione tende a mortificare e negare;

4.10 trasparenza, onestà, disponibilità all’ascolto.

05 – La situazione italiana – 2011/12

5.1 In Italia, il governo dei “tecnici”, non eletto dal popolo sovrano, ha introdotto riforme molto pesanti non previste dai programmi elettorali votati dai cittadini e che i partiti non sono riusciti o non hanno voluto fare.

5.2 Riforme che hanno stravolto il sistema sociale italiano, secondo una logica liberista che affronta problemi complessi come la crisi economica e il debito pubblico non risalendo alle cause strutturali. Riforme che hanno aumentato le tasse in maniera insopportabile, privatizzando, attaccando il sistema pubblico, i diritti sociali, colpendo il reddito da lavoro, i giovani, i pensionati e lasciando pressoché indisturbati i poteri forti e le caste.

5.3 I maggiori partiti italiani – avendo appoggiato queste iniziative – sono quindi corresponsabili dei pesanti danni che tali riforme hanno provocato. Il progetto della Lista civica italiana è all’insegna di “equità, sostenibilità, solidarietà”. Si pone come inversione di rotta rispetto alle cosiddette politiche del rigore e liberiste.

06Dalla “crescita” senza futuro all’economia sociale e sostenibile: la riconversione ecologica

6.1 Le scelte della politica dovranno essere orientate all’attuazione dell’art.4 della Costituzione, secondo cui “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”, combinato con l’art. 41 che stabilisce l’utilità sociale dell’attività economica pubblica e privata. Quest’ultima, pur essendo libera, non può recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

6.2 A tutti i cittadini va garantita, inoltre, l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica, sociale del Paese (art. 3), secondo le proprie possibilità e la propria scelta(art. 4).

Partecipazione lavorativa e uguali tutele sociali, opportunità professionali diverse nell’ambito di un’economia sostenibile dal punto vista ambientale e sociale che metta al centro la Persona, che possa far vivere tutti dignitosamente, che tenga conto degli equilibri del pianeta e delle generazioni future: queste linee di indirizzo, ricavate dalla Costituzione italiana, sono rimaste finora in buona parte inattuate dai governi che si sono succeduti sino ad ora.

6.3 Oggi, per una serie di motivi concomitanti, ci ritroviamo in una situazione economica e sociale gravissima. La crisi e la conseguente perdita di posti di lavoro nel settore privato hanno diverse cause: lo spostamento dall’economia reale alla finanza, l’ automazione, la mancata innovazione, il peso crescente dei nuovi concorrenti, la delocalizzazione produttiva per inseguire costi del lavoro sempre più bassi, il calo della domanda di prodotti di fascia media, la sovrapproduzione e la saturazione di mercati maturi. La piccola-media impresa italiana, che è sempre stata l’ossatura portante della nostra economia, è poi strozzata dall’eccessivo carico fiscale, dalla burocrazia, dalle difficoltà di accesso al credito; gli esercizi commerciali sono schiacciati dalla concorrenza impari della grande distribuzione; l’agricoltura sta perdendo sempre più la propria vocazione originaria; il turismo di qualità non trova un’adeguata valorizzazione.

6.4 Lista civica italiana vuole attuare la Costituzione, riconoscendo:

– alla politica in primis il compito e la responsabilità di determinare “ i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali “(art. 41);

– alla Repubblica, quindi ai vari portatori di interesse, il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica, sociale del Paese (art. 3).

6.5 LCI vuole portare all’attenzione dell’opinione pubblica il fatto che la crescita dei consumi interni non è più garanzia automatica di creazione di posti di lavoro; la stessa crisi ambientale e i cambiamenti climatici pongono seri dubbi sul significato e sulla possibilità della “crescita”, intesa come aumento tout court di attività produttive che assorbono risorse e producono rifiuti ad un ritmo che supera le capacità rigenerative del pianeta. La classe politica ha dimostrato in questi anni di non avere consapevolezza sui servizi ecosistemici garantiti dalla tutela della biodiversità e sulla necessità di calcolare e valutare la ricchezza della nazione attraverso nuovi indicatori di benessere che superino il PIL. Essa non si è mai pronunciata chiaramente su come intervenire per adeguare il corpus dei diritti e dei delitti ambientali e dimostra inadeguatezza in fatto di governance ambientale, derivante in buona parte dal progressivo smantellamento del Ministero dell’ambiente avvenuto negli ultimi 5 anni.

6.6 Riteniamo inefficaci e miopi le riforme economiche intraprese dal Governo Monti che pensano di favorire la crescita puntando alla flessibilità del mercato del lavoro attraverso la riduzione del costo del lavoro e delle tutele sociali e aggirando le reali cause della crisi del sistema produttivo. Prima ancora di parlare di flessibilità, dunque, bisogna indicare che cosa produrre (come sta accadendo in Germania, Francia, Svezia, Cina, Brasile) e soprattutto secondo quali criteri.

6.7 Alla luce dell’attuale crisi con posti di lavoro non sufficienti per tutti , con tutele e opportunità non distribuite equamente, vanno ripensati i tempi, le modalità, l’organizzazione del lavoro per consentire sia la più ampia partecipazione lavorativa sia un’economia sociale incardinata nel territorio come orizzonte di riferimento per la lotta alla disoccupazione e all’esclusione sociale, ma anche per la transizione verso modelli di produzione ecologicamente sostenibili. Facciamo nostre, pertanto, le proposte e le linee di indirizzo indicate da quei gruppi e forze dei mondi dell’economia sociale, della cittadinanza attiva e del volontariato: dunque riscoperta del mutualismo e della cooperazione, valorizzazione del capitale sociale, beni comuni, welfare territoriale, nuovo regionalismo europeo, nuove partnership tra enti pubblici, non profit e aziende socialmente responsabili in funzione della creazione di lavoro e della valorizzazione dell’ambiente.

6.8 Non si può generare inclusione sociale -obiettivo prioritario di ogni politica economica virtuosa – se non si dispone di sufficienti opportunità di lavoro e di un’imprenditoria in grado di offrirle. Tali opportunità devono scaturire da una politica premiante le imprese più socialmente ed ecologicamente responsabili: aziende capaci non solo d’innovare e mantenersi tecnologicamente all’avanguardia, ma anche di generare alta intensità di mano d’opera non precaria, radicandosi sul lungo periodo nei territori e intrattenendo con i lavoratori una relazione di reciproca responsabilità sociale. L’orizzonte a cui guardiamo è quindi quello di un’economia sociale di territorio, il cui presupposto essenziale é l’impegno dell’azienda al radicamento nei luoghi e al rispetto della dignità del lavoro, a fronte dell’impegno degli enti pubblici a maggiori agevolazioni fiscali, semplificazioni burocratiche e detassazioni.

6.9 L’economia sociale di territorio è anche:

6.9.1 – riscoperta delle pratiche migliori del mutualismo, della cooperazione di lavoro e consumo, del credito cooperativo, di cui è ricchissima la nostra tradizione storica e da cui generazioni di italiani hanno tratto reddito, reti di prossimità e identità sociale;

6.9.2 – riconoscimento delle potenzialità di generazione d’impiego non tradizionali legati allo sviluppo delle cooperative sociali, della finanza etica, del commercio equo e solidale, dell’housing sociale, delle produzioni agricole biologiche: attività considerate abitualmente marginali o alternative che hanno saputo invece dimostrare come una motivazione di carattere etico-sociale possa tradursi in concreto fattore produttivo, capace di innescare occupazione, inclusione e scambio economico, senza sacrificare valori sociali e ambientali;

6.9.3 – promozione di modelli organizzativi che consentano di conciliare maggiormente i tempi di vita con quelli lavorativi, riconoscendo a tutti il diritto di dare più spazio alla vita personale, alla cura, agli affetti, alla propria formazione, allo svago. Le attuali conoscenze tecnologiche se ben impiegate permetterebbero certamente una vita migliore;

6.9.4 – recupero del ruolo strategico degli enti locali. Essi debbono poter disporre delle risorse necessarie per implementare opere pubbliche, servizi e programmi di promozione dell’innovazione, in una logica di welfare territoriale capace di riscattare competenze e protagonismi delle comunità locali e di garantire la manutenzione e la riqualificazione ambientale.

6.10 Economia sociale di territorio è insomma un progetto intimamente connesso ai contesti locali e alle politiche attive del lavoro ideate per sostenere tutti i soggetti che, a prescindere dalla natura giuridica – pubblica o privata, profit o non profit -, sono seriamente impegnati in azioni di sviluppo locale. L’opera di questi attori deve potersi realizzare anche mediante formule inedite, quali ad esempio imprese sociali costituite ex novo come partnership societarie miste tra attori profit, non profit e pubblici.

6.11 Con l’ espressione “riconversione ecologica dell’economia” intendiamo dire che il rapido esaurirsi delle risorse energetiche e l’inarrestabile dissesto ecologico in cui sta sprofondando la civiltà industriale rendono improcrastinabile il ridisegno delle regole dello sviluppo, la rimessa in discussione degli attuali stili di vita dissipativi e l’implementazione di modelli innovativi di produzione, trasformazione e consumo delle merci. Noi vogliamo partire dai bisogni essenziali dei cittadini, usare il buonsenso e adottare il principio della “One planet economy” (Economia del pianeta unico): abbiamo bisogno di tecnici che valutino l’impatto sull’ambiente e sulla salute dell’attuale sistema industriale-produttivo ed elaborino strategie di trasformazione per conciliare una volta per tutte lavoro, qualità della vita e sostenibilità. Servono misure di riduzione delle emissioni di CO2 e provvedimenti tesi a determinare la prevenzione ex-ante di ogni genere di sprechi, scarti e rifiuti. Ciò significa ricerca costante dell’efficienza nell’uso delle risorse limitate e riduzione dello spreco già dalla fase progettuale e produttiva.

6.12 Questa massiccia operazione di trasformazione deve essere frutto della sinergia tra la politica e i vari portatori di interessi: è diventata una necessità per garantirsi la sopravvivenza futura, non è una scelta, tutti devono essere responsabilizzati e contribuire al cambiamento. La Riconversione Ecologica, infatti, è favorita dal riavvicinamento fisico tra la produzione e il consumo: produrre altro, produrre diversamente, puntare al cosiddetto km zero ed alla riscoperta dell’autoproduzione e del riutilizzo dei materiali.

6.13 Un ruolo centrale lo giocano i saperi, la cittadinanza attiva e consapevole, le sue associazioni, le nuove imprese e un nuovo tipo di imprenditori disponibili a forme di democrazia partecipativa. Occorre passare dal gigantismo alle dimensioni ridotte, alla interconnessione degli impianti e delle imprese. Esempi tipici sono la produzione energetica non solo orientata alle fonti rinnovabili e all’efficienza energetica nei grandi impianti, ma alla autoproduzione per quanto possibile oppure, nel campo della alimentazione, ricercandone una più equilibrata e non distruttiva; diffondendo, ad esempio, fuori da una logica di nicchia, i Gruppi di Acquisto Solidale. Con riduzione dei costi, dei consumi energetici, una garanzia reale di qualità e nuove opportunità di lavoro utile in una agricoltura che oggi muore.

6.14 La Riconversione Ecologica deve essere associata all’arresto del consumo di suolo, alla riduzione nei flussi materiali di produzione e consumo, richiede dunque una trasformazione profonda delle strutture economico-produttive.

6.15 Possono e debbono quindi rientrare nell’agenda del nuovo modello economico:

6.15.1- la diffusione capillare della raccolta differenziata, la promozione del risparmio energetico, il contenimento dello sfruttamento delle risorse non rinnovabili, una politica energetica che deve spostarsi dall’uso dei combustibili fossili all’uso delle energie rinnovabili (come il sole e il vento utilizzati in modo biosostenibile), il riutilizzo delle merci alla fine del loro ciclo di vita, la tutela della biodiversità e dei beni comuni essenziali per la vita animale e vegetale, l’implementazione delle produzioni locali, delle coltivazioni biologiche, degli allevamenti non inquinanti;

6.15.2 – una serie di norme legislative volte a incentivare i comportamenti socialmente e ed ecologicamente più responsabili, attuati da imprese, enti pubblici e consumatori;

6.15.3- politiche di lotta ai traffici delle eco-mafie, la difesa del paesaggio dall’invasione della cementificazione e in generale la valorizzazione dell’ambiente;

6.15.4 – la rivalutazione complessiva del ruolo dell’agricoltura multifunzionale nel mantenimento degli equilibri tra uomo e natura;

6.15.5- la centralità e “pubblicizzazione”dei beni comuni nei confronti dei quali il popolo italiano si è espresso chiaramente con la vittoria del referendum sull’acqua;

6.15.6- In ambito produttivo le nuove parole d’ordine devono essere sostenibilità, rinnovabilità, durabilità, riparabilità, in modo da dotarci di un apparato industriale autonomo sul piano energetico, che ricicla tutto il riciclabile, che si inserisce nei cicli naturali, che punta a un approccio a rete piuttosto che alla concentrazione, in modo da creare occupazione in ogni territorio e far viaggiare le merci il meno possibile. Oltre che tecnologico, il cambio dovrà essere merceologico: inevitabilmente alcuni settori, quelli a maggiore impatto ambientale, andranno ridimensionati e riconvertiti; altri, di pubblica fruizione, andranno potenziati. In concerto con i portatori di interesse e le associazioni di categoria, va fatto un piano per politicheindustriali innovative e coerenti in settori come quelli dell’energia, della chimica verde, della metalmeccanica, dell’edilizia, dei trasporti, della logistica, dell’estrazione mineraria, delle nanotecnologie, delle tecnologie dell’informazione.

6.15.7 Serve un’analisi approfondita dell’apparato produttivo dal punto di vista sia della sostenibilità ambientale-sociale sia del livello di saturazione di mercato in modo da individuare i settori nei quali è urgente pianificare e introdurre innovazioni tecnologiche volte a creare nuovi prodotti, nuovi servizi e nuovi modi di produzione non inquinanti. È il caso della produzione dei mezzi di trasporto su gomma e dell’edilizia che cementifica e consuma il territorio, che va indirizzata alla ristrutturazione e costruzione sull’esistente, ponendo un fermo divieto al cambio di destinazione dei terreni agricoli e forestali.

6.15.8 Questa analisi dovrà includere il calcolo degli investimenti necessari per il sostegno al reddito in presenza di una inevitabile perdita temporanea di posti di lavoro (sia diretti sia legati all’indotto), per avviare le conversioni/riqualificazioni (es. bonifiche, oppure smaltimento stampi e impianti produttivi), per creare posti di lavoro in settori sostenibili, per incentivare la ricerca scientifica e tecnologica sostenibile.

07 – La fiscalità come elemento fondamentale del cambiamento

7.1 A più di 60 anni dalla promulgazione della Costituzione, i dati dicono che la progressività delle imposte sta cedendo sempre più il passo alle imposte indirette, quelle che, essendo pagate in modo immediato con l’acquisto di beni e servizi necessari per il cittadino, sono state definite “indolori” dagli economisti.

7.2 L’attuale Sistema Tributario genera un mancato gettito erariale di 160 miliardi annui dovuti all’evasione fiscale permessa dalla legislazione, a ciò si aggiungono: 50 miliardi di evasione contributiva, 60 miliardi di corruzione, 450/500 miliardi di “lavoro sommerso”.

7.3 È veramente difficile riconoscere nell’attuale Sistema Tributario le tracce del disegno costituzionale originario, così come l’enunciato dell’Articolo 53.
Anche l’importantissima legge delega per la Riforma Tributaria numero 825 del 1971, che indicava le linee guida per la definizione del sistema impositivo, è stata ignorata dalle leggi successive che hanno dato vita al sistema fiscale.

7.4 La deduzione delle spese è ammessa in minima parte.
Non esiste alcuna modalità per fare valere in sede di denuncia dei redditi la deduzione di molte spese e delle tasse indirette (come l’IVA), per ricondurre l’imposizione ad una effettiva progressività.
Tutto ciò conduce ad un primo effetto lesivo dei diritti dei cittadini: nel campo delle imposte indirette, non potendo in alcun modo far valere la deduzione, il cittadino dovrà versare l’imposta sul suo reddito integrale: siamo quindi ad una sorta di doppia tassazione.

7.5 D’altra parte, la presenza di regimi tributari di tipo forfettario, in particolare legati agli Studi di settore, apre scenari impressionanti sulla quantità di reddito che è possibile non dichiarare.
Diritti, doveri ed obblighi sembrano marciare su strade completamente diverse.
LCI vuole cambiare lo stato delle cose con una seria, profonda e coraggiosa riforma tributaria.

08 – Problema del debito, della spesa pubblica e del risanamento delle finanze

8.1 Occorre iniziare a demistificare e correggere gli aspetti perversi dell’economia per attivare percorsi per un più diffuso benessere grazie a un programma che abbia una logica, dia senso al vivere e sia condivisibile dagli italiani.

8.2 È irrinunciabile il contenimento della speculazione finanziaria a livello nazionale e internazionale poiché non è accettabile che la vita delle persone nel mondo dipenda da un gioco d’azzardo in mano a pochi.

8.3 Non è più accettabile che il liberismo produca la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite e che ingenti risorse pubbliche vengano messe a disposizione di enti, come le banche ed i grandi gruppi di investimento, che si sono resi responsabili di questo disastro globale.

8.4 È necessaria una profonda opera di informazione per far comprendere a tutti cittadini come si forma il debito pubblico, come vengono utilizzate le nostre risorse finanziarie, chi sono i creditori del nostro debito pubblico, il ruolo che dovrebbe avere la Banca centrale, il significato della moneta e del signoraggio.

Debito pubblico

8.5 2000 miliardi di € circa è l’ammontare del debito pubblico a fine 2012.

8.5.1 Il nostro debito pubblico, che nel 1979 era al 70% del PIL, è cominciato a lievitare negli anni ’80 quando i governi cominciarono ad emettere titoli di stato. Il debito è arrivato al 98% nel 1998 e oggi siamo proiettati verso il 130%.
I creditori del nostro debito pubblico sono le banche e gli investitori privati.

8.5.2 Le nostre risorse finanziarie sono, sostanzialmente, gettate al vento e questo è dimostrato dalla scadente qualità dei servizi.
I governi italiani degli anni ’80, per accontentare il maggiore numero possibile di elettori, hanno permesso di andare in pensione molto presto e hanno assunto migliaia di dipendenti statali di cui non sempre c’era bisogno… Questi governi, oltre alle spese citate, hanno emesso BOT e CCT solo per loro esigenze politiche e di consenso, con interessi che arrivarono fino al 21% per i maggiori investitori.

8.5.3 Se analizziamo come questi investimenti per miliardi di lire sono stati effettuati, notiamo che negli anni 80′ i maggiori investitori in titoli di stato sono stati i possessori di gradi quantità di liquidità. Questi hanno potuto acquistare ingenti partite di debito pubblico con fondi che, sulla base dei principi di equità e di giustizia, prima di tutto sarebbero stati soggetti a tassazione fiscale. I regimi forfettari con regolamentazioni molto “elastiche”, favorivano infatti la economia sommersa con flussi totalmente nascosti all’Erario . Questi titoli di stato, per di più, andavano a premiare in modo eccessivo queste fasce di cittadini, generando, come si è detto recentemente, interessi altissimi. Gli interessi sul debito pubblico, essendo questo costituito da emissioni di titoli del Ministero del Tesoro, venivano pagati con soldi provenienti dalla fiscalità generale, quindi con le ritenute alla fonte, sicure e certe, delle buste paga e pensioni! Questo fenomeno, partito dal 1980, ha nel tempo prodotto un drenaggio di reddito che si è trasferito dalle classi subordinate a quelle abbienti, in piena violazione della Costituzione e specialmente del suo Articolo 53!

8.6 Per quanto riguarda il debito pubblico, LCI chiede una sua verifica approfondita attraverso una commissione di indagine autorevole e imparziale che faccia luce sulle sue origini, sulla legittimità di tutte le sue componenti, sulla lista dei creditori (audit del debito).
Nel contrarre un debito, lo Stato assume un obbligo che coinvolge i propri cittadini, nel cui nome questo debito è assunto, e solo successivamente verso i creditori.
Per questo gli stessi cittadini hanno il diritto, come primo passo, di conoscere nel dettaglio caratteristiche, finalità, composizione e creditori del debito pubblico; non come vorrebbe imporre l’Europa delle banche attraverso il Fiscal Compact, che prevede l’obbligo del pareggio di bilancio, multe per chi non lo rispetta, il vincolo di ridurre ogni anno il debito del 5%, condannando così le future generazioni.

Spesa pubblica

8.7 Per quanto riguarda la spesa pubblica, riteniamo che non ci si debba indebitare ulteriormente evitando le spese inutili.
La manovra Monti lo ha fatto riducendo le spese sociali.
Secondo la nostra proposta, invece, si dovrebbero tagliare sprechi e privilegi, come ad esempio:
1) le spese militari,
2) le inefficienze in alcuni ambiti del settore sanitario,
3) le infrastrutture inutili, gli incentivi e le coperture economiche statali per la produzione di energia, le grandi opere ad elevato costo ed impatto ambientale che spesso sono anche al centro di indagini della magistratura,
4) i costi della politica (stipendi, vitalizi, scorte, auto blu, consulenze, privilegi vari) e delle società a partecipazione pubblica.
In particolare, bisogna intervenire sugli emolumenti ed i benefici per quanti sono chiamati a ricoprire cariche istituzionali o amministrative o manageriali. Occorre mettere fine al perverso meccanismo di auto-determinazione degli emolumenti, da sempre usato con estrema generosità per sé stessi dai politici, come previsto dalla proposta di legge di iniziativa popolare “Quorum zero più democrazia” che delega ai cittadini in occasione delle votazioni di definire gli emolumenti.
Va rivisto completamente il sistema dei rimborsi elettorali ai partiti, della rendicontazione e dei bilanci.

Risanamento delle finanze e reperimento di risorse

8.8 Per quanto riguarda il risanamento delle finanze, questo va perseguito non svendendo e privatizzando il patrimonio pubblico, ma con un aumento delle entrate attraverso più strumenti:

8.9 – una riforma del sistema tributario che preveda l’attuazione dell’Art.53 della Costituzione, basata sulla effettiva introduzione della progressività nella tassazione e nella abolizione degli studi di settore, quali strumenti per la determinazione del reddito, ed introduzione di un unico regime fiscale, con relativa abolizione della IRAP, sostituita dal gettito derivante dalla dichiarazione dei redditi;

8.10 – Discussione aperta sulla patrimoniale

8.11 – un’intensa azione di contrasto contro tutte le forme di reato in ambito tributario;
– il ripristino del reato di falso in bilancio, che è stato depenalizzato da precedenti normative che hanno reso il sistema giudiziario sostanzialmente impotente;
– la revisione e il potenziamento delle leggi che definiscono le pene per i reati fiscali;
– la definizione di accordi con i paesi verso i quali vengono illecitamente esportati i capitali, per ottenere da essi supporto informativo o anche la applicazione di aliquote di tassazione, da versare poi alla Agenzia delle Entrate;

8.12 – l’aumento sostanziale dell’imposta di rientro applicata ai capitali “scudati”, che al momento sono irrisorie;

8.13 – l’intensificazione dell’impegno contro la speculazione finanziaria, introducendo una legge contro gli attacchi speculativi sui titoli pubblici e una tassa sulle transazioni finanziarie. Ciò permetterebbe, oltre al contrasto alla speculazione, di generare per l’Italia un gettito stimato dalla Commissione Europea in 5 miliardi di euro l’anno. Tale tassa permetterebbe inoltre di dotare la politica di uno strumento per riportare sotto controllo la finanza.
Un sistema come quello attuale, in cui vengono tassati il lavoro e l’economia reale, ma non le attività finanziarie, rappresenta, di fatto, un incentivo pubblico alla finanziarizzazione dell’economia e alla speculazione.

8.14 In sostanza, si chiede una riforma della finanza, affinché torni ad essere uno strumento al servizio dell’economia e della società, e non una attività per fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile. Le misure da adottare sono molte.
Alcune devono essere approvate su scala internazionale o per lo meno europea (chiusura del sistema bancario ombra, regolamentazione dei derivati, contrasto ai paradisi fiscali, ecc…), ma altre possono essere adottate anche in Italia, come il rafforzamento dei controlli sui movimenti di capitali in entrata e in uscita dall’Italia, la diminuzione della leva finanziaria che possono usare le banche, il divieto (o quanto meno limiti molto rigidi) alle cartolarizzazion e la tassazione della speculazione finanziaria.

8.15 Servono regole affinché le banche tornino a “fare le banche”, finanziando l’economia reale e non attività meramente finanziarie: occorre quindi introdurre una separazione netta tra le banche commerciali e le banche di investimento. Serve anche un maggiore controllo del pubblico sul loro operato (fino alla nazionalizzazione di una parte consistente del sistema bancario), anche alla luce del fallimento e dell’incapacità della finanza di assicurare il bene comune o comunque l’interesse dei cittadini.

8.16 Per quanto riguarda gli investimenti dello Stato, ci sembra irrinunciabile che questi debbano sempre superare il vaglio della sostenibilità ambientale.
Non ha senso continuare a investire in attività che vanno letteralmente contro natura.
È necessario uscire dalla logica delle grandi opere e dei grandi eventi (es. Mondiali di calcio, Colombiane, EXPO 2015 ecc.) , e puntare a realizzare piccole opere diffuse che spesso sono anche a favore della qualità della vita del cittadino.
Riteniamo quindi strategico effettuare investimenti per la messa in sicurezza e la tutela del territorio con i criteri della rinaturalizzazione, per la riconversione del sistema energetico e il risparmio di energia, per il miglioramento dei servizi pubblici fondamentali (acquedotti, trasporti, sanità, servizi sociali), per la promozione di forme produttive sostenibili a livello locale, per passare progressivamente dal trasporto su gomma a quello su ferro e su acqua, per la valorizzazione dei punti di forza dell’Italia che sono il paesaggio, la cultura, la creatività, l’ingente patrimonio artistico e il sole. Tutto ciò è il nostro vero petrolio.
Vogliamo l’abolizione della legge Obiettivo. La legge n° 443 del 2001, conosciuta anche come Legge Obiettivo, è lo strumento legislativo che stabilisce procedure e modalità di finanziamento per la realizzazione delle infrastrutture, definite “strategiche” ma quasi sempre di dubbia necessità. La legge opera per il decennio dal 2002 al 2013, senza coinvolgere le popolazioni interessate e al di fuori degli interessi reali del paese; inoltre sta generando un enorme debito pubblico occulto grazie all’assurdo sistema del project financing.

8.17 Grazie a queste misure, sarà possibile anche la riforma dello Stato e un effettivo federalismo fiscale che non può prescindere dalla perequazione redistributiva.
La redistribuzione del carico fiscale, attraverso la applicazione piena dell’Art. 53 della Costituzione, consentirà di “modulare la pressione fiscale”, bilanciando su tutti i contribuenti il carico in modo naturale ed automatico secondo la capacità contributiva effettiva.
Il federalismo non deve diventare uno strumento di riduzione del debito con il trasferimento dei costi della crisi dal privato al pubblico e agli enti locali e con il taglio lineare della spesa corrente.
Bisogna sostituire il “Patto di stabilità” con un “Patto di coesione nazionale” negoziato tra Governo e Comuni, in modo da non svuotare questi ultimi di quell’autonomia sancita dagli Artt. 5 e 114 della Costituzione.

09 – Lavoro e welfare

9.1 Le riforme intraprese dal Governo Monti (pensioni, liberalizzazioni, semplificazioni), che avrebbero dovuto favorire le grandi imprese, le quali chiedevano di proseguire con la flessibilità del mercato del lavoro e le privatizzazioni, non solo non hanno ottenuto i risultati previsti, ma si sono rivelate devastanti sul piano sociale.
Con la nostra proposta di Riforma tributaria, vengono ridefiniti i criteri e i parametri prendendo spunto dai dati ISTAT e partendo dalle spese codificabili come “Finalizzate allo sviluppo della persona umana”: va fatta dunque una valutazione del modello eco-sostenibile incrociata con il fattore sociale. Questo però è un lavoro tipicamente organizzativo e di dettaglio, e dovrebbe diventare oggetto di valutazione costante da parte del legislatore.

9.2 I governi hanno affrontato la situazione di oggettiva riduzione della quantità di lavoro, dicendo paradossalmente agli italiani di lavorare di più e chiedendo al sistema Italia di crescere.

9.3 La grave piaga della disoccupazione e della precarietà non deve portare a eliminare le tutele, le sicurezze sociali e il soddisfacimento dei bisogni primari che non devono dipendere dal mercato e sono diritti fondamentali previsti in ambito pubblico dalla Costituzione.

9.4 La flessibilità che auspichiamo non è quella che taglia i diritti dei lavoratori, ma è quella concordata con il lavoratore. Deve essere un’opportunità individuale all’interno di un modello sociale in cui il lavoro sia un momento – seppur fondamentale – fra gli altri.
Per questo dobbiamo dotarci di un sistema di protezione sociale che separi il soddisfacimento dei bisogni fondamentali e delle sicurezze della persona dall’occupazione. Bisogna sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché ostinarsi a tutelare il posto di lavoro nel caso di aziende in condizioni critiche o di imprese inefficienti. Tutti i lavoratori, indipendentemente dalla dimensione dell’impresa in cui lavoravano, devono godere di un sostegno e di strumenti di formazione che permettano e incentivino la ricerca di un nuovo posto di lavoro.


9.5.1 Riteniamo importante che una riforma del mercato del lavoro superi le forme di precariato che in questo periodo di crisi hanno rappresentato sostanzialmente, in particolare per i più giovani, le uniche possibilità di occupazione, prevedendo un’estensione di nuovi diritti e tutele.

9.5.2 Occorrerebbe stabilire che i nuovi percorsi di accesso al lavoro valorizzino per i più giovani le competenze acquisite nei percorsi scolastici, e per gli altri il riconoscimento delle capacità professionali costruite con l’esperienza, privilegiando la stabilità lavorativa.

9.5.3 Riguardo alla riforma del mercato del lavoro, è diventato fuorviante discutere di flessibilità in uscita, collegandola all’Art.18 della legge 300/70, che è stato considerato il vero problema delle aziende italiane. Questo articolo, invece, riguarda esclusivamente il reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa e per ragioni discriminatorie, principio di civiltà che va assolutamente salvaguardato.

9.6 Riteniamo necessarie le seguenti azioni per il welfare:
9.6.1 – una riduzione delle tipologie contrattuali in modo da poter combinare tutele universali sul piano del welfare con protezioni in relazione alla specificità del rapporto lavorativo, senza però arrivare alla forma del contratto unico;
9.6.2 – sul piano legislativo, accanto al contratto di lavoro normale a tempo indeterminato e a orario pieno, dovrebbe essere ammesso un ridotto numero di contratti legati a particolari esigenze, tra cui il contratto a termine, il tempo parziale liberamente scelto, l’apprendistato, il tutto accompagnato da controlli puntuali per evitare casi di sfruttamento;

9.6.3 – una riforma degli ammortizzatori sociali per intervenire in tutte le situazioni in cui è consentito licenziare, tenendo presente che le misure vigenti dell’attuale istituto degli ammortizzatori sociali non sono applicabili alla maggior parte dei lavori temporanei e precari oggi prevalenti soprattutto presso le giovani generazioni;
9.6.4 – una riforma generale del welfare per garantire continuità di reddito e accesso per tutti ai servizi fondamentali. Una soluzione realistica e di immediata introduzione è quella del “reddito minimo garantito”, già sperimentato in quasi tutti i paesi europei, tranne Italia e Grecia.
9.6.5 Nel 1992 c’è stata la prima Raccomandazione europea, soprattutto rivolta all’Italia, mentre è del 2010 la pronuncia del Parlamento europeo, pressoché all’unanimità, di dotarsi di questa rete di garanzia sociale.
I sussidi di disoccupazione previsti sono universalistici, anche in caso di attività lavorativa discontinua, e molto più efficaci rispetto all’ASPI (Assicurazione sociale per l’impiego, che sostituisce l’attuale indennità di disoccupazione), introdotta in Italia dalle riforme del Governo Monti (Ministro Fornero).

9.7 Il senso di drammatico abbandono che vivono i precari in Italia non è percepito in maniera così marcata dai disoccupati di molti paesi europei che, se senza lavoro o in cerca di prima occupazione, possono contare su efficienti sistemi di aiuto all’impiego, di sostegno al reddito, di finanziamento, di corsi di formazione, ecc.

9.8 Le condizioni con cui si subisce la precarietà sono pertanto legate sia alla tipologia contrattuale di lavoro sia al complesso di tutele e servizi pubblici che lo stato offre al cittadino-lavoratore: anche soggetti con contratto regolare possono vivere in condizione di forte disagio se la retribuzione è troppo bassa, se si ha una famiglia numerosa e i servizi pubblici sono carenti.

9.9 I periodi di inattività devono essere supportati con un reddito dignitoso, per consentire di reggere l’urto delle difficoltà momentanee e di poter essere inseriti in percorsi formativi per una nuova occupazione o, per chi sta raggiungendo i requisiti pensionistici, per svolgere attività di impegno sociale.

9.10 Tali servizi e sussidi devono essere disponibili anche per aiutare la cosiddetta “mobilità in ascesa”, in relazione alle prescrizioni europee dell’ “Agenda di Lisbona”, che richiedono di assicurare a tutti la possibilità di ricercare quell’occupazione ritenuta più coerente con le proprie aspirazioni o i propri programmi di vita.

9.11 LCI ritiene fondamentale che anche nel nostro Paese venga avviato un ampio dibattito sulla possibilità di un reddito base garantito in caso di transizioni lavorative, siano esse periodi di inattività forzata tra un contratto e l’altro oppure il frutto di una scelta soggettiva per migliorare la propria condizione professionale attraverso attività di studio e formazione.

9.12 Questo tema va senz’altro collegato alla definizione del livello minimo di reddito, come è stato fatto in Germania, così come avviene per i livelli contrattuali di salario, e alla necessaria riforma fiscale.

9.13 Il diritto al reddito garantito va considerato come un diritto fondamentale, di matrice europea, ad un’esistenza dignitosa riconosciuto dall’Art. 34 terzo comma della Carta di Nizza; insieme all’accesso a efficienti e gratuiti servizi all’impiego e al diritto alla formazione permanente e continua, rientra tra i principi comuni della strategia di flexicurity, un ragionevole compromesso tra le ragioni della sicurezza esistenziale e quelle di una flessibilità regolata, tale da impedire che la “flessibilità” o la ricerca di una maggiore competitività generi precarietà.

9.14 L’esigenza di collegare il lavoro ad interventi di sicurezza sociale assume una notevole importanza anche per quelle persone che, facendo affidamento su modalità previdenziali basati sul sistema contributivo, riceveranno pensioni di importo contenuto pur a fronte di una carriera lavorativa continuativa.

Risoluzione immediata per gli esodati con strumenti legislativi e finanziari adeguati, come l’istituzione dell’Agenzia Nazionale per il Lavoro, interattiva con un fondo ad hoc

9.15 Ma é ancor più rilevante che per chi avrà periodi di inattività, se non ben compensati da un intervento di ammortizzazione sociale, si prospetterà un futuro povero, mentre è evidente che proprio nell’età avanzata le persone hanno maggior bisogno di sostegno per le loro fragilità sia in ambito sanitario sia in ambito sociale.

9.16 È profondamente ingiusto e fuorviante presentare il sistema pensionistico come il responsabile del deficit del nostro paese, in presenza, tra l’altro, di un equilibrio di bilancio del fondo lavoratori dipendenti.

9.17 LCI esprime contrarietà all’innalzamento generalizzato dell’età pensionabile, e vuole il mantenimento delle pensioni di anzianità come unica possibilità per riconoscere che i lavori non sono tutti uguali per genere, per fatica e per salubrità. Si ritiene utile infatti una riclassificazione per i lavori usuranti e particolarmente usuranti.

9.18 Deve essere data ai singoli la facoltà di proseguire oltre i requisiti di anzianità o di vecchiaia, per evitare conseguenze fortemente ingiuste sulla vita delle persone.

9.19 Occorre inserire regole di uniformità nei trattamenti e nei versamenti dei contributi previdenziali e soprattutto, in nome dell’equità, prevedere la fissazione dei tetti nei trattamenti a carico del sistema pensionistico pubblico, per evitare privilegi ingiustificati per diverse categorie soprattutto professionali e di chi svolge incarichi pubblici ed elettivi.

9.20 Serve un’importante politica di incentivazione per il lavoro femminile. Le donne spesso abbandonano l’occupazione quando nasce un figlio, o più in generale, per adempiere oneri familiari (cura di figli, malati, anziani non autosufficienti).Per creare un incentivo fiscale per il rientro delle donne nel mondo del lavoro, va introdotto un credito d’imposta per il lavoro dipendente corrispondente alle detrazioni non godute durante i periodi di inoccupazione dovuti a maternità e/o all’adempimento di oneri famigliari. Inoltre, bisogna considerare che la maternità e la corrente disparità nella distribuzione degli oneri familiari tra uomini e donne rendono le imprese restie ad assumere e mantenere donne nella loro forza lavoro. Per modificare questa tendenza, bisogna ridurre il costo per le imprese attraverso una detassazione del lavoro femminile con uno schema che, riducendo progressivamente il differenziale nel corso della vita lavorativa, consenta di bilanciarne il costo allo Stato dal punto di vista attuariale. Questa misura può essere applicata anche ai giovani. Inoltre, va introdotta una forma di quoziente familiare che fornisca supporto a coloro che decidono di avere figli senza però disincentivare il lavoro femminile. Le detrazioni dovranno quindi essere legate ai figli (non al coniuge a carico) e andare a beneficio di entrambi i genitori se entrambi percepiscono reddito. Infine, va potenziato il welfare aziendale che si è dimostrato uno strumento in grado di garantire servizi di alta qualità e flessibilità – sia all’estero che in alcune realtà italiane – per quanto riguarda i servizi all’infanzia. Si propone di facilitare la diffusione di nidi d’azienda e la creazione di strutture consortili che consentano anche a piccole e medie imprese di realizzarli. In particolare, rivedere i limiti sulla detraibilità di spese che le aziende sostengono in servizi forniti ai loro dipendenti (e.g. articoli 51 e 100 del TUIR), chiarire le normative che li regolano, promuovere l’utilizzo delle leggi (9 aprile 2009, n. 33 e 30 luglio 2010, n. 122) che danno applicazione allo Small Business Act della Commissione Europea riguardo ai contratti di rete tra aziende, ed estenderle per consentire anche a studi professionali e enti della Pubblica Amministrazione di partecipare a queste reti nel caso di progetti di utilità sociale (quali i nidi). Sicuramente vanno riviste le attuali modalità lavorative in imprese pubbliche e private che penalizzano chi debba assolvere a incarichi familiari. Bisogna diffondere efficaci pratiche per conciliare famiglia e lavoro, quali tele-lavoro, part-time, flessibilità e banche ore e il ricorso alla contrattazione aziendale di secondo livello per consentirne l’utilizzazione.

10 – Commercio, grande industria e piccola-media impresa, artigianato, esercizi commerciali, agricoltura, turismo

10.1 La visione basata sulla “riconversione ecologica” dell’economia tiene conto del fatto che il processo di trasformazione richiede gradualità e, soprattutto, non può prescindere dal coinvolgimento diretto dei vari attori istituzionali, sociali, economici, di livello locale, nazionale ed internazionale. Servono due livelli di azione interconnessi: il primo, per gestire l’emergenza in cui ci troviamo, vale a dire disoccupazione, precarietà, disparità di tutele sociali fra categorie professionali, disparità di opportunità tra la piccola-media impresa e la grande impresa. Il secondo, per avviare la transizione verso un modello economico sostenibile, ripensando il ruolo del mercato e dei mercati internazionali e della stessa globalizzazione. A questo proposito, riteniamo indispensabile unarevisione delle regole del gioco del sistema commerciale e finanziario mondiale, con tutto ciò che ne deriva: rigorosa regolamentazione degli scambi di borsa, tracciabilità dei movimenti dei capitali, limitazione dell’espansione delle società bancocentriche, controllo dell’operato dei gruppi bancari, separazione del credito finanziario da quello commerciale, tassazione delle transazioni speculative, riforma delle regole neoliberiste di commercio internazionale, esclusione dell’agricoltura dai trattati del WTO.

10.2 Nell’immediato, dobbiamo sostenere l’economia produttiva, schiacciata in questi anni dal peso sempre più crescente della finanza speculativa e da un sistema fiscale non progressivo, ritarandola sui bisogni primari delle persone e che abbia un’effettiva utilità sociale, garantendo il rispetto dell’ambiente e della salute, la tutela dei diritti, una maggiore equità nella redistribuzione dei profitti, un mercato con regole certe e una concorrenza leale. L’Italia è inscindibilmente legata alle piccole e medie imprese ed all’impresa diffusa, che hanno rappresentato per anni la struttura portante dell’economia reale e dei processi di sviluppo territoriale, con un patrimonio di saperi, di capacità, di operosità, di mestieri e di professionalità che appartiene alla storia del Paese.

10.3 Le PMI hanno retto per un certo periodo l’urto della grande crisi, assumendosi il rischi di impresa e sviluppando percorsi differenziati e flessibili di risposta. Ora la situazione è drammatica e insopportabile. Vogliamo in primo luogo che ci sia un’adeguata rappresentanza della PMI, del settore artigianale, commerciale, del mondo dei servizi, del turismo e un riconoscimento del loro ruolo a tutti i livelli di interlocuzione istituzionale, in quanto componenti fondamentali del sistema economico e della società civile.

10.4 Serve un’azione politica incisiva che garantisca certezza dei pagamenti, credito diretto alle imprese, sgravi fiscali e revisione del sistema di tassazione delle imprese e delle persone fisiche. La riforma fiscale basata sull’art. 53, insieme alla nuova dimensione equa e trasparente, priva di quei fenomeni di concorrenza sleale indotti dall’attuale sistema tributario, consentirà alle aziende di svilupparsi e di poter ridurre i prezzi, ritornando ad essere competitive sul mercato.

10.5 Va disincentivato il fenomeno della delocalizzazione delle aziende attraverso l’agevolazione e la valorizzazione del prodotto di qualità fabbricato interamente in Italia secondo criteri sostenibili. Servono controlli severi dei prodotti di importazione, soprattutto, quelli low cost, verificando che siano stati rispettati i diritti dei lavoratori e la sicurezza ambientale. Si tratta anche di una questione di sicurezza nazionale, poiché è importante che ogni nazione abbia al suo interno la capacità di produrre i beni di base; in caso di crisi, non si può vivere di royalties sui marchi di fabbrica.

10.6 Occorre diminuire la mole di lavoro che un imprenditore deve dedicare agli adempimenti burocratici connessi all’avvio e la gestione di una qualsiasi attività. Il tutto però non deve diventare il pretesto per evitare i controlli e scivolare nell’illegalità.

10.7 Bisogna agevolare forme di salvataggio di piccole aziende di qualità in crisi attraverso il metodo della cooperativa gestita da dipendenti che, investendo Tfr e indennità di mobilità, ne diventano proprietari (autogestione).

10.8 Per quanto riguarda le liberalizzazioni, è corretto colpire privilegi di tipo corporativistico, che nel nostro paese salvaguardano ordini professionali e alcune attività economiche protette. LCI , invece, è contraria alla liberalizzazione intesa come privatizzazione (e talvolta progressivo smantellamento) dei servizi pubblici come trasporti, strade, servizi postali, energia, (a partire da carburanti fossili), scuola, salute, che devono essere svolti con criteri di efficienza ed economicità proprio in ambito pubblico, per garantire una eguale fruizione da parte di tutti i cittadini.

10.9 Vogliamo il rilancio dei negozi di vicinato; va disincentivata e contenuta l’espansione dei centri commerciali. Riteniamo che la strategia della totale liberalizzazione degli orari di apertura sull’esempio dei grandi centri commerciali, insieme all’aumento generalizzato dell’IVA e all’aggravio dei contributi previdenziali, penalizzino notevolmente i piccoli e medi esercizi commerciali.

10.10 La grande industria, che ha regolarmente beneficiato del sostegno pubblico e che per anni si è sviluppata con poco riguardo per le norme ambientali e di sicurezza, sta mettendo gli italiani di fronte al “ricatto” occupazionale e cerca di “barattare” il mantenimento dei posti di lavoro sacrificando diritti sociali, ambiente e salute. In Italia al 1 gennaio 2011 risultavano registrati 2.687 siti di bonifica, cioè aree su cui è stato pubblicamente riconosciuta la necessità e l’obbligatorietà d’intervento per un ripristino ambientale e per far cessare effetti inquinanti (anche nelle falde acquifere) a cui erano correlate patologie e danni ambientali. Le situazioni più gravi riguardano 57 di queste aree definite “Siti d’Interesse Nazionale (SIN)” e la loro complessiva superficie è pari a poco meno del 3% del territorio nazionale: 550.000 ettari a terra (un ettaro è pari a circa un campo di calcio di 120×90 metri) e 180.000 ettari a mare. L’impatto sulla salute di questi siti inquinati è stato oggetto di numerose indagini. In particolare nell’ambito del Programma Strategico Ambiente e Salute del Ministero della Salute è stato realizzato uno “Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento” (SENTIERI) riguardante l’analisi sulla mortalità dei residenti in 44 dei 57 SIN. Lo studio ha analizzato circa 400.000 decessi relativi a una popolazione complessiva di circa 5.500.000 abitanti ed ha evidenziato lo stretto rapporto tra alcune attività produttive e aree da bonificare correlate ad un forte incremento percentuale di alcune patologie rispetto alle medie nazionali. L’Unione europea indica la strada della obbligatorietà per prevenire, risanare ed indennizzare i danni causati all’ambiente e alla salute La direttiva europea 2004/35/CE sulla “responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale” si basa sul principio “chi inquina paga”.

Serve dunque una vera e propria strategia nazionale per garantire l’avvio concreto degli interventi di bonifica attraverso un’azione coordinata con le Regioni competenti (anche in relazione agli interventi non d’interesse nazionale) ed una messa in mora dei soggetti che a termini di legge hanno l’obbligo di procedere ai ripristini ambientali ed alla messa in sicurezza dei siti contaminati. Per favorire la ripresa di attività produttive in siti bonificati è utile raccordare la normativa in materia di bonifiche con quella sulle attività industriali, in particolare con la nuova Direttiva sulle emissioni industriali.

La vera questione è che ci sono intere aree in cui l’occupazione degli abitanti è legata principalmente alla grande industria; in tutti questi anni si è preferito chiudere gli occhi sui pericoli per l’ambiente e la salute pur di mantenere i posti di lavoro. Ora, se si dovesse procedere con la conversione industriale, si avrà un’inevitabile e massiccia perdita di posti di lavoro, senza prospettive di ricollocazione in quanto non si è mai puntato ad uno sviluppo economico equilibrato e sostenibile.

10.11 Il secondo livello di azione riguarda la messa in pratica della riconversione. Le aziende devono prendere atto che le materie prime non sono illimitate. Non “di più a tutti i costi”, come vuole il mantra della “crescita”: le nuove parole d’ordine devono essere “meglio, sostenibile, umano e adeguato”.

10.12 Non si tratta di creare nuove fabbriche, ma di trasformare quelle esistenti per renderle più eco-compatibili e metterle in condizione di produrre ciò che serve secondo nuovi schemi di consumo orientati ai bisogni fondamentali per tutti. Le imprese più in grado di affrontare la crisi e di competere a livello internazionale saranno quelle che riusciranno a stimolare la domanda, ridurre le «strozzature» derivanti da risorse naturali meno disponibili o di qualità inferiore. Sarà necessario e urgente diminuire l’incidenza nel ciclo produttivo delle materie prime più dannose per l’ambiente e puntare ad una produzione energetica, «low carbon», capace di diminuire le emissioni globali anche eliminando il carbone dalle fonti energetiche.

10.13 E’ indispensabile:

10.13.01 -creare consapevolezza nei cittadini, nel mondo politico e in quello economico sulla necessità di produrre e utilizzare beni e servizi di qualità ecologica e ridotto impatto ambientale per tutelare le risorse naturali;

10.13.02 -promuovere l’ampliamento degli indicatori di base che sono utilizzati per verificare i livelli di progresso e di benessere delle società andando oltre gli indicatori economici classici, come il PIL.

Il dibattito mondiale su questo tema è ormai molto avanzato e si è tradotto in numerose elaborazioni e proposte. La Commissione Europea, il Parlamento Europeo, l’OCSE, il Club di Roma ed il WWF da anni hanno avviato un’apposita iniziativa in merito dal titolo “Beyond GDP” (vedasi il sito www.beyond-gdp.org). Il documento finale della Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile di Rio de Janeiro del giugno 2012, “Il futuro che vogliamo”, indica al paragrafo 38: “Riconosciamo la necessità di più estensive misure del progresso che integrino il prodotto interno lordo, al fine di informare meglio le decisioni politiche, e a tal proposito chiediamo alla Commissione statistica delle Nazioni Unite, in accordo con le istituzioni pertinenti del sistema delle Nazioni Unite, e altre organizzazioni rilevanti, di lanciare un programma di lavoro in questo ambito basandosi sulle iniziative esistenti.”

In Italia dal 2011 è stata attivata un’apposita iniziativa voluta dal CNEL e dall’ISTAT sui nuovi indicatori di benessere che ha costituito anche un apposito comitato che ha lavorato per la messa a punto del BES (Benessere Equo e Sostenibile, vedasi il sito www.misuredelbenessere.it). E’ stato selezionato un set di 134 indicatori per rappresentare le 12 dimensioni/domini del benessere equo e sostenibile (1. Ambiente; 2. Salute; 3. Benessere economico; 4. Istruzione e formazione; 5. Lavoro e conciliazione tempi di vita; 6. Relazioni sociali; 7. Sicurezza; 8. Benessere soggettivo; 9. Paesaggio e patrimonio culturale; 10. Ricerca e innovazione; 11. Qualità dei servizi; 12. Politica e istituzioni) definiti nell’ottobre 2012. Incoraggiamo dunque l’approvazione dell’utilizzo ufficiale di questi nuovi Indicatori di progresso e di benessere nella contabilità nazionale, da integrare con misuratori di impatto ambientale (Impronta ecologica www.footprintnetwork.org ) per la redazione annuale di un bilancio ambientale dello Stato da affiancare a quello economico;

10.13.03 – rafforzare un uso mirato degli strumenti economici, fondati sul principio «chi inquina paga», finalizzati alla promozione delle iniziative e delle filiere produttive che utilizzano e distribuiscono prodotti a minor impatto ambientale, utili a sostenere l’innovazione orientata all’elevata qualità ecologica, con particolare attenzione alla riduzione delle emissioni di gas serra;

10.13.04 – una legge sulla Responsabilità sociale di impresa rendendo pubblici gli assetti proprietari delle grandi compagnie e trasparenti le attività delle aziende e le filiere (per provenienza, per caratteristiche delle varie fasi di produzione e per scomposizione dei margini del prezzo) in modo da poter permettere acquisti consapevoli e per limitare l’abuso delle catene di controllo delle aziende. La “Responsabilità Sociale d’Impresa” serve per regolamentare il comportamento delle aziende (anche quelle a partecipazione statale) in relazione alle conseguenze che il proprio comportamento comporta sul piano economico, sociale e ambientale lungo tutta la filiera produttiva (rispetto dei diritti umani, dei lavoratori, protezione e salvaguardia dell’ambiente, protezione dei lavoratori e dei consumatori, salute dei cittadini, concorrenza, fiscalità, rispetto delle comunità locali). A tal fine sono richiesti un bilancio sociale obbligatorio, un’ autorità di vigilanza nazionale e un marchio di qualità del lavoro: il tutto consentirebbe ai consumatori di premiare le migliori aziende rispettose delle regole e degli standard internazionali. Va richiesta la pubblicazione degli indicatori chiave di impatto ambientale come parte integrante dei bilanci aziendali al fine di promuovere l’utilizzo di tali informazioni da parte dei mercati finanziari, sia nella valutazione delle opportunità di investimento, sia nella concessione del credito. Questo passaggio può essere facilitato anche dalla raccolta sistematica di dati sui default aziendali in qualche modo ricollegabili a rischi ambientali. Questo processo favorisce senz’altro anche una gestione oculata delle risorse aziendali, limitando sprechi e speculazioni e consentirebbe l’ introduzione di una rendicontazione paese per paese dei dati contabili e fiscali delle imprese multinazionali per impedire vari meccanismi (tra cui quello dei “prezzi di trasferimento” da una filiale all’altra) sfruttati per esportare i profitti e sfuggire al fisco;

10.13.05 – ridurre la produzione di rifiuti intervenendo nella progettazione dei beni e degli imballaggi, nei processi produttivi e nei consumi, favorire la riciclabilità e la riparabilità, massimizzare il riciclo e sviluppare il riutilizzo. Una “riprogettazione” a monte, che tenga conto della necessità di risparmiare materie prime e energia, di recuperare e riutilizzare gran parte degli oggetti, di ridurre al minimo i rifiuti, di evitare accuratamente i rifiuti tossici e pericolosi. Le normative, per essere efficaci, dovrebbero essere state accettate dalle imprese;

10.13.06 – misurare le quantità di rifiuti effettivamente riciclate, oltre alle percentuali di raccolta differenziata attualmente utilizzate e fissare obiettivi minimi di compostaggio di rifiuti biodegradabili urbani a livello di bacino;

10.13.07 – sostenere – in maniera ragionata e sempre nel rispetto dei limiti del Pianeta – lo sviluppo della produzione e dell’utilizzo di materie prime biodegradabili. Le minori disponibilità di petrolio o i suoi prezzi di vendita crescenti (decisi dalle imprese multinazionali del settore e non dai paesi produttori) non devono in alcun modo essere compensati a spese del settore agricolo, che deve invece essere profondamente ristrutturato per garantire una alimentazione più sana per tutte le popolazioni;

10.13.08 – adottare misure di fiscalità ecologica, spostando parte del carico fiscale dal lavoro e dagli investimenti, sul consumo di risorse, premiando – in termini di minore prelievo fiscale – il minor consumo di risorse, il riciclo e i minori impatti ambientali, nonché orientando il riesame della composizione della spesa pubblica con attenzione particolare a quella con impatti negativi sull’ambiente;

10.13.09 – favorire il funding a basso costo delle banche italiane per finanziamenti ad aziende che fanno economia alternativa;

10.13.10 – accrescere il contributo delle assicurazioni per il sostegno ad un’adeguata gestione del rischio ambientale, anche alla luce dell’intensificazione degli eventi calamitosi e delle necessità richieste dall’adattamento ai cambiamenti climatici;

10.13.11 – incentivare più i risultati piuttosto che la scelta delle tecnologie per favorire la diffusione di quelle realmente innovative perché valutate in base all’efficacia dimostrata: nuove tecniche e nuove applicazioni appaiono con una certa frequenza, disponendo di risorse finanziarie scarse, è bene avere cura della scelta di quelle da incentivare, premiando i reali risultati;

10.13.12 – sviluppare partenariati università, enti di ricerca, distretti, reti d’impresa, sistemi territoriali, istituzioni e organizzazioni sociali per il sostegno di progetti di eco-innovazione, di dimensioni significative, capaci di coniugare sostenibilità e competitività;

10.13.13 – sviluppare l’economia della conoscenza, aumentando gli investimenti per la ricerca e la formazione ai vari livelli, per preparare nuove competenze e professionalità sia per i settori strategici di nuova economia, sia per riqualificare figure professionali che operano in settori e comparti tradizionali del sistema produttivo italiano;


10.14 I settori nuovi in cui investire e che potranno offrire da subito molti posti di lavoro riguardano:
– le energie rinnovabili “pulite”,
– il riuso e riciclaggio dei materiali,

– la bioagricoltura,

– la bioedilizia, il recupero dell’esistente e la riqualificazione energetica ,
– gli interventi per rimediare al dissesto idrogeologico (il 70 % del territorio nazionale è in pericolo),
– la messa in sicurezza delle scuole (circa la metà di esse sono fuori legge),

– la messa in sicurezza di edifici non antisismici,

– la riconversione industria bellica,


– la riparazione e gestione degli acquedotti (il 40 % dell’acqua si perde nella rete di distribuzione),
– il completamento delle reti di raccolta fognarie e di depurazione,
– il miglioramento del trasporto pubblico urbano e regionale (in complesso il più arretrato d’ Europa),
– la manutenzione e fruizione dei beni culturali.

10.15 In un anno sono nate in Italia oltre 73.000 piccole imprese in settori sostenibili (information technology, gruppi di acquisto solidale, filiere corte, botteghe bio, bioagricoltura e alimentare, green economy, riparazioni, cura della persona) a dimostrazione che l’ambiente e la sostenibilità stanno creando impresa in Italia. Questo potrebbe essere anche lo spunto per un piano economico per il Sud Italia.

10.16 Da prendere come esempio è anche la forma organizzativa dell’economia civile (cooperative e imprese sociali), che sa produrre reddito e al tempo stesso inclusione e socializzazione.

10.17 Per quanto riguarda il sistema bancario, proponiamo di valorizzare e promuovere l’esempio del risparmio etico e del microcredito.

10.18. Il territorio italiano è costituito per il 90% da aree rurali, con terreni agricoli e foreste, oltre il 40% è occupato da Superficie Agricola Utilizzata (SAU), se si considera invece la Superficie Agricola Totale (SAT) tale percentuale supera il 60%. Dai dati del 6° Censimento generale dell’agricoltura in Italia risultano attive 1.630.420 aziende agricole e zootecniche di cui 209.996 con allevamento di bestiame destinato alla vendita. Quasi due terzi del territorio nazionale è dunque interessato dal settore primario ed è quindi gestito da agricoltori in vario modo organizzati, dal singolo coltivatore diretto, alle società e cooperative agricole. Diverse analisi del settore mostrano però un calo di circa il 25% del reddito delle imprese agricole negli anni 2008-2009, una dinamica stagnante in termini di investimenti ed un forte calo dei lavoratori, in particolare dei giovani sotto i 34 anni. Gli aiuti distribuiti negli anni alle imprese attraverso la Politica Agricola Comune dell’Unione Europea hanno favorito produzioni intensive ad alto impatto ambientale, ma non sono stati in grado di garantirne la tenuta economica di molte aziende. La strada che ci viene quindi indicata dagli scenari attuali è di puntare in modo deciso sulla diversificazione, la qualità, la sostenibilità e la multifunzionalità. E’ urgente per questo realizzare politiche innovative per l’agricoltura in grado di avviare la transizione verso un nuovo paradigma economico e la riforma della PAC per il periodo 2014-2020 rappresenta lo scenario fondamentale sul quale agire. L’agricoltura biologica deve assumere un ruolo completamente nuovo rispetto al passato, utile per il futuro di tutta l’agricoltura, diventando metodo produttivo centrale dal quale partire per un nuovo modello di riferimento. Infine, nel contesto della produzione agricola e zootecnica nazionale, non possono trovare spazio ipotesi di sviluppo ed uso degli Organismi Geneticamente Modificati (OGM) che sono cariche di rischi non solo dal punto di vista ambientale (ad esempio con un incremento nell’uso di fitofarmaci, l’esatto contrario di quanto dichiarato) ma anche per gli impatti sociali ed economici collegati. Proponiamo:

– di utilizzare il 50% dei finanziamenti della PAC assegnati allo Sviluppo Rurale per le misure ambientali, con esclusione delle indennità per le aree svantaggiate;

– di raddoppiare entro il 2018 la SAU, Superficie Agricola Utilizzata, per l’agricoltura biologica;

– di ridurre l’impatto dei prodotti chimici attraverso l’adozione ed attuazione di un efficace Piano nazionale per l’uso sostenibile dei pesticidi e garantire che in Italia continui ad essere impedita la coltivazione di Organismi Geneticamente Modificati (OGM) ed incentivare la sostituzione delle proteine vegetali OGM importate, presenti nei mangimi destinati alla produzione zootecnica italiana, con prodotti non OGM di produzione nazionale.

10.19 Va promossa una politica turistica nazionale, rispettosa dei ruoli locali e delle prerogative regionali ma in grado di dare sostanza a quelle leve di competitività che non possono che essere gestite da un punto di vista più generale (infrastrutture, accessibilità, tutela del consumatore, presenza sui mercati globali), partendo da una definizione chiara del quadro delle competenze e anche del modello di vacanza, sempre più orientata verso viaggi più brevi e più frequenti e da cui emerge anche la “coscienza verde”, che presta nuove attenzioni al viaggio per tratte meno lunghe, alle modalità di trasporto eco–compatibili.

Per rendere l’Italia più competitiva sul mercato internazionale serve un vero e proprio Piano nazionale per la qualità, come hanno già da tempo hanno fatto Francia e Spagna, il quale deve servire alle imprese come un’opportunità per riposizionarsi e per sperimentarsi in progetti che valorizzano le vocazioni dei territori. In particolare, il Sud dell’Italia – avendone i requisiti in termini di risorse – deve poter esprimere la propria naturale vocazione turistica in maniera moderna ed efficiente, visto che potrebbe trasformarsi in un’industria di traino per tutto il Paese e attrarre investimenti. Questo significa affrontare i problemi del buon uso del territorio, della criminalità e della sicurezza. Grande attenzione quindi alla nuova programmazione dei fondi strutturali 2014-2020.

11 – Politiche energetiche e ambientali, territorio, infrastrutture, mobilità sostenibile

11.1 L’Italia si trova in una delle aree maggiormente a rischio per gli effetti del cambiamento climatico e l’intensificarsi degli eventi estremi. La decarbonizzazione, l’uso efficiente delle risorse e dell’approvvigionamento energetico non sono un’opzione possibile, ma l’unica speranza di futuro per il Paese. Non condividiamo la bozza di Strategia Energetica Nazionale, posta in consultazione dal Governo in carica, in quanto ha un orizzonte temporale molto ridotto (7-8 anni) ed è fortemente contraddittoria laddove si attesta sull’obiettivo di fare dell’Italia un hub per il gas per l’Europa, senza partire dal dato di fatto dell’over capacity e dello scarso uso dei rigassificatori esistenti; si punta sull’estrazione di idrocarburi, difficile e costosa sia economicamente che per le ricadute ambientali, e sull’estrazione dello shale gas che comporterebbe, in Italia, rischi enormi per l’approvvigionamento idrico e per fenomeni di micro sismicità indotta improponibili in un Paese già a forte rischio terremoti.

Proponiamo:

– una mappatura nazionale di Decarbonizzazione e di Uso Efficiente delle Risorse per tutti i settori, dalla produzione di energia elettrica ai trasporti, dall’industria ai servizi e al civile, per perseguire l’obiettivo del “Carbonio Zero” e del risparmio delle risorse naturali di cui l’Italia è povera e quindi come fulcro delle scelte economiche del Governo;

– fissare l’obiettivo 100% rinnovabili, definendo e attuando, parallelamente, un piano di transizione, con la progressiva chiusura delle centrali alimentate con i combustibili fossili, a partire da quelle a carbone (il più inquinante per il clima e la salute). Non devono essere più concesse autorizzazioni per centrali a carbone e a olio combustibile nuove o riconvertite. Va previsto anche un piano per l’adeguamento delle infrastrutture e delle reti di trasporto e distribuzione dell’energia fondato sulle rinnovabili.

11.2 L’Italia è il Paese europeo più ricco di biodiversità, ma molto di questo patrimonio è oggi seriamente minacciato e non tutelato nella sua integrità da norme specifiche. Va data concreta attuazione alla Convenzione Internazionale sulla Biodiversità (CBD) e alle Direttive comunitarie per la conservazione della biodiversità: la Direttiva concernente la conservazione degli uccelli selvatici (2009/147/CEE – ex 79/409/CEE) e la Direttiva relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche 92/43/CEE, anche attraverso il contrasto agli impatti sulla biodiversità dell’attività venatoria e del bracconaggio. La tutela della diversità biologica deve comprendere anche i mari, attraverso una gestione efficace delle numerose attività umane con particolare attenzione ai rischi della navigazione e al settore della pesca che registra, con la perdita di oltre 16.000 posti di lavoro nell’ultimo decennio, una drammatica riduzione delle risorse di cui è responsabile.

L’Italia deve assumere impegni e realizzare le azioni necessarie per raggiungere gli obiettivi 2020 stabiliti dalla Strategia europea per la conservazione della biodiversità. Ma si deve purtroppo registrare che nella situazione attuale i Parchi nazionali, le Riserve dello Stato e le Aree Marine Protette sono penalizzati dal taglio dei finanziamenti alla spesa pubblica.

11.3 In questi anni il programma delle infrastrutture strategiche ha visto una lievitazione del numero di grandi opere e dei costi: si è passati dalle 115 opere per un costo complessivo di 125,8 miliardi di euro del 2001, alle 390 opere, per un costo complessivo presunto di 374,8 miliardi di euro del settembre 2012; il 46% degli investimenti previsti è ancora oggi destinato a strade e autostrade, e il 39% alle ferrovie. Il 70% dell’investimento nel ferro è destinato a linee ad AV per il trasporto passeggeri/merci a lunga distanza, quando il 75% dell’utenza ferroviaria concentra i propri spostamenti sul breve e medio raggio. Grazie al perdurare di questo squilibrio il settore dei trasporti è diventato, con una quota del 27% delle emissioni totali di gas serra, il settore economico che più contribuisce alle emissioni climalteranti in Italia (l’industria energetica si attesta al 15%, da impianti residenziali e servizi si registra un 13%). E’ nei centri metropolitani dove si concentrano i fenomeni più acuti di congestione e inquinamento. A questa consapevolezza non è seguito un quadro organico di interventi per le città, ma solo risorse concentrate su linee e tratte di metropolitana, anche nei centri medio-piccoli, mentre mancano i fondi per il Trasporto Pubblico Locale – (TPL). L’altra priorità di intervento è quella dell’ammodernamento e del potenziamento della rete ferroviaria ordinaria che, ancora oggi, vede su 16.734 km di linee, 9.207 km a semplice binario. Serve dunque un nuovo Piano nazionale della Mobilità, da approvare con Valutazione Ambientale Strategica (VAS), che abbia come priorità le aree urbane, il riequilibrio modale nel trasporto merci, la riduzione delle emissioni di gas serra rivedendo completamente le procedure derivanti dalla Legge Obiettivo, per garantire nella procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) l’informazione e la partecipazione reale dei cittadini e degli enti locali. Bisogna puntare su l’ammodernamento e il potenziamento delle infrastrutture esistenti, dando priorità: all’adeguamento della rete di ingresso alle principali aree urbane e alla rete ferroviaria nazionale per sviluppare il servizio merci (puntando sulle linee di adduzione al servizio dei valichi transalpini; sui servizi ferroviari passeggeri di media percorrenza che collegano le grande polarità metropolitane; sui poli e parchi di interscambio; sugli interventi di razionalizzazione delle strutture portuali per il trasferimento delle merci su ferro; abbandonare subito i progetti del ponte sullo Stretto di Messina (dal costo di 8,5 miliardi di euro) della Torino-Lione, del Terzo Valico e di altre autostrade di dubbia utilità. Su scala metropolitana e urbana, va potenziato il trasporto collettivo costruendo reti di trasporto metropolitano e regionale integrate, incentivando la formazione di Consorzi ed Agenzie interistituzionali e mettere a regime servizi ferroviari suburbani efficienti in città quali Milano, Torino, Genova, nell’area centrale veneta (Vicenza, Treviso, Padova, Venezia), Bologna, Catania e Bari, sviluppando, nel contempo, quelli che hanno già ottimi standard europei come a Napoli da integrare con linee di metropolitana efficienti o da potenziare nelle grandi città e con tramvie veloci nei centri medio-piccoli.

11.4 Il tasso di consumo di suolo , se proiettato nel futuro, appare assolutamente insostenibile. Sul tema del corretto, pianificato e ordinato sviluppo urbano e rurale, l’Italia sconta una legislazione marcatamente arretrata rispetto ad altre realtà europee (Germania, Francia, Inghilterra), basti ricordare i piani casa, la cosiddetta emersione delle case fantasma, le semplificazioni sulle decisioni in conferenza di servizi e la riproposizione periodica della proroga dei termini dei condoni edilizi. Nulla è stato fatto per intervenire fiscalmente per disincentivare il consumo di nuovo suolo e, al contrario, rendere fiscalmente vantaggioso le pratiche del riuso di suolo e della riqualificazione edilizia ed urbana, come già vent’anni fa veniva raccomandato nel V Programma di Azione Ambientale dell’UE (1992) e recentemente ribadito nella Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale Europeo e al Comitato delle Regioni (Tabella di marcia verso un Europa efficiente nell’impiego delle risorse, Bruxelles, 20.9.2011).

Dal punto di vista della innovazione normativa bisogna elaborare una nuova legge di governo del territorio, che aggiorni la normativa urbanistica ferma al 1942, riguardante il contenimento per via normativa del consumo di suolo, non solo agricolo (partendo dal recente disegno di legge proposto sul tema dal ministro delle Politiche Agricole) e introducendo una imposta selettiva che disincentivi il consumo di nuovo suolo su aree esterne al già insediato e sui beni paesaggistici ai sensi del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, D.lgs. n. 42/2004. Inoltre, l’attuale normativa dovrebbe prevedere una diversa modulazione del contributo di costruzione di cui all’art. 16 del DPR n. 380/2001 (Testo Unico Edilizia) in grado anche di premiare la riqualificazione statica e energetica del patrimonio edilizio e reintroducendo il vincolo di destinazione del contributo di costruzione, escludendo che sia utilizzato per il finanziamento della spesa corrente.

11.5 Negli ultimi 60 anni migliaia di persone hanno perso la vita a causa di frane e alluvioni e il costo complessivo dei danni a seguito di questi eventi è superiore ai 52 miliardi di euro. Il rischio idrogeologico riguarda l’82% (6.633) dei Comuni italiani. Gli eventi calamitosi si susseguono nonostante il Paese abbia gli strumenti normativi per intervenire, quali quelli predisposti tra la fine degli anni ’80 (L. 183/89 sulla difesa del suolo) e la prima metà degli anni ’90 (legge Galli, L. 36/94 e legge Cutrera L. 37/94 sul demanio idrico). Ad ultimo, nel dicembre 2012, il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha proposto la bozza di una delibera CIPE per una Strategia per l’adattamento ai cambiamenti climatici e alla messa in sicurezza del territorio, che però non è stata approvata nella riunione preparatoria del Comitato. Nonostante tutto questo la situazione dei fiumi italiani peggiora continuamente a causa della generalizzata “canalizzazione” e della diffusa “infrastrutturazione” (sbarramenti, traverse, plateau, piloni per strade, superstrade, autostrade, ecc.) della rete idrografica, del consumo e dell’impermeabilizzazione dei suoli, della distruzione della vegetazione riparia. I vari progetti di “navigazione” sembrano essere l’ultima scusa per “asportare” sabbia e ghiaia dal letto dei fiumi. L’aumento della diversificazione nell’uso dell’acqua ha condotto ad uno sfruttamento incontrollato anche dove questa risorsa è carente; è il caso della sua conversione in neve, nel tentativo di prolungare fino a maggio stagioni turistiche, in aree in cui ciò è palesemente e tecnicamente impossibile, innescando per altro un circuito perverso tra spreco di acqua e un abnorme richiesta energetica. Inoltre, in questi ultimi anni, anche grazie agli incentivi per le “energie verdi”, c’è stato un devastante incremento dei piccoli impianti idroelettrici, soprattutto sull’arco alpino; ma anche l’agricoltura, la florovivaistica e la zootecnia hanno prodotto impatti ambientali estremamente pesanti ai corsi d’acqua e alle falde in molte parti del Paese. Ormai sono le “cabine di regia”, promosse dalla Protezione civile, la sola risposta dello Stato a queste situazioni.

Proponiamo di avviare la realizzazione, in collaborazione con le Autorità di Distretto, di un Piano pluriennale per la manutenzione del territorio e l’adattamento ai cambiamenti climatici, sollecitando al contempo il rilancio dei Piani di Assetto Idrogeologico (ex L.183/89), redatti dalle Autorità di bacino nazionali, approfittando della necessità di applicare la direttiva “alluvioni”, 2007/60/CE, anche e soprattutto per favorire azioni per una politica di adattamento ai cambiamenti climatici.

11.6 Il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare risulta essere storicamente il dicastero con meno risorse e quindi il più penalizzato tra quelli che hanno la responsabilità di gestire materie di esclusiva competenza dello Stato. A partire dalla manovra estiva (dl 98/2011) del Governo Berlusconi e, successivamente, con la Legge di stabilità 2012 ed il decreto legge sulla SpendingReview fino alla Legge di Stabilità 2013, si è arrivati ad una drastica riduzione della capacità operativa del Ministero dell’Ambiente e degli Enti da esso vigilati, mettendone in discussione, di fatto, la stessa esistenza. E’ necessario portare il Bilancio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ad almeno 700 milioni di euro l’anno, per consentire di avere le risorse sufficienti per finanziare anche interventi in particolare nel settore della difesa del suolo. L’altro elemento che conferma la debolezza del sistema di governance in campo ambientale è l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) nato nel 2008 dall’accorpamento di tre enti controllati dal Ministero dell’Ambiente: (APAT, ICRAM, INFS). Bisogna istituire un’Agenzia nazionale autonoma che operi nel campo dei controlli ambientali, svolgendo a questo fine attività ispettive, analitiche e di ricerca sul campo e coordini un sistema integrato di agenzie ambientali.

11.7 L’assenza della tutela dell’ambiente tra i principi fondamentali della Costituzione – alla quale ha supplito la giurisprudenza costituzionale e di cassazione attraverso la combinazione tra la tutela del paesaggio (art. 9 Cost.) e il diritto alla salute (art. 32 Cost.) – è strettamente connessa alla mancanza nel nostro ordinamento penale di una adeguata tutela dei beni ambientali. Infatti, chiunque affronti oggi il problema della tutela penale dell’ambiente deve anzitutto fare i conti con un problema di arretratezza della cultura giuridica: nel nostro ordinamento ne manca una definizione normativa e di conseguenza una mancanza di tutela del bene giuridico, specie sotto il profilo penale. Si consideri poi che nel Codice penale la maggior parte delle sanzioni per reati contro l’ambiente sono di natura contravvenzionale, con una prescrizione fissata in appena 4 anni, questo fa sì che, nella migliore delle ipotesi, il procedimento penale si fermi alla sentenza di primo grado non giungendo a sentenza definitiva. Giacciono in Parlamento, da almeno quattro Legislature, numerose proposte di legge per l’introduzione nel Codice Penale di un Titolo dedicato ai “Delitti contro l’Ambiente. Sosteniamo, pertanto, l’ introduzione, tra i principi fondamentali della Costituzione, del diritto alla tutela dell’ambiente da declinarsi, oltre che come diritto soggettivo, anche in termini di dovere, specie nei confronti delle successive generazioni. In merito alla tutela penale dell’ambiente si ritiene che sia una buona base di partenza la proposta elaborata nella XV Legislatura dalla Commissione Bicamerale sul ciclo dei rifiuti, che aveva visto il consenso delle diverse forze politiche, nel quale si ritiene necessario solo per citare gli aspetti più importanti: a) arrivare a tutelare il bene giuridico “ambiente” non più con reati di natura contravvenzionale, bensì attraverso la previsione di specifiche fattispecie delittuose; b) introdurre le singole fattispecie di: di disastro ambientale; traffico e abbandono di materiale radioattivo , associazione a delinquere, anche di stampo mafioso, finalizzata ai crimini ambientali.

11.8 L’Italia è la nazione che detiene il maggior numero di siti (47) inclusi nella lista dei patrimonio dell’umanità. Questa peculiarità è confermata anche dai musei statali e da quelli non statali a cui si aggiungono numerosi monumenti ed aree archeologiche. Il dato è ancora più considerevole se si considera il museo diffuso costituito dai comuni italiani: sono 192 i Comuni Bandiere Arancioni e 205 i Borghi più belli d’Italia. L’ambito occupazionale legato al beni culturali vive la contraddizione di avere necessità di figure professionali che hanno fatto un percorso di studi universitario, specializzate e con esperienza sul campo, che però lavorano in regime di precariato a volte per tutta la loro carriera professionale. E’ necessaria pertanto una programmazione integrata nei territori per tenere vivo il tessuto culturale e sociale diffuso ed evitare che luoghi della cultura come musei, teatri e cinema, soprattutto nei medi e piccoli centri, chiudano. Va sollecitata la piena attivazione delle competenze concorrenti Stato-Regioni in materia di valorizzazione e promozione dei beni e delle attività culturali, stabilite dal Titolo V della Costituzione, completando la pianificazione paesaggistica in tutte le Regioni.

11.9 Verso una mobilità sostenibile. Uno dei cardini di questo passaggio è dato dalla diffusione dell’uso della bicicletta. Il nostro paese deve andare:

– Verso un target 20-20-20 della mobilità (intese come percentuali di ripartizione modale, tra bici, pedoni, trasporto pubblico locale) come obiettivo medio nazionale e come obiettivo minimo locale, ma per il quale le singole città vadano anche oltre

– Verso un target Zero incidenti in ambito urbano puntando a dimezzare subito morti e feriti tra pedoni e ciclisti

– Verso i 30 km/ora in ambito urbano con eccezione della viabilità principale o di ambiti definiti, la cui definizione sia responsabilità dei Piani locali

– Verso i 20.000 km della rete ciclabile nazionale (di cui 6.000 di EuroVelo)

Sono obiettivi ambiziosi, definiti in termini numerici e verificabili, sicuramente raggiungibili con un nuovo patto sociale, come già altri paesi europei hanno dimostrato.

Per raggiungere tali obiettivi sono state individuate a livello prioritario le seguenti strategie:

– Ridisegno degli spazi e delle strade e nuovi Quartieri Car free, ai fini della moderazione del traffico e della convivenza tra diversi modi di muoversi;

– Progettazione e attivazione di servizi integrati e innovativi per una città amichevole che incoraggi il passaggio dall’auto in proprietà a sistemi integrati di mobilità. Ad es.: parcheggi bici-TPL, stalli, parcheggio spazi condominiali, ciclofficine e luoghi (Bike Squares) di aggregazione, ciclabilità diffusa (corsie, preferenziazioni, reti ciclabili come valorizzazione del paesaggio), bikesharing, intermodalità, infomobilità (orientate alle bici); servizi bici cargo per le merci e bike taxi rappresentano anche opportunità di nuove attività lavorative

Ruolo delle comunità (privati, associazioni e cittadini) per dare loro informazione e voce, per valorizzare il loro ruolo di innovazione di servizi e di prodotti;

Individuazione di investimenti da attivare e o da ridistribuire per il finanziamento della mobilità ciclistica

Incentivi e disincentivi

– Premi a comuni/quartieri virtuosi, incentivi per i lavoratori (premi, agevolazioni, convenzioni, abbonamenti e defiscalizzazioni per i datori di lavoro che li utilizzano). Incentivi mirati ai giovani (premi, riconoscimento sociale, abbonamenti, convenzioni, modalità aggregazione). – Riconoscimento dell’infortunio in itinere anche per lo spostamento in bici casa-lavoro

– Disincentivi all’uso dell’auto (tariffazione della sosta e degli accessi aree congestionate).

L’obiettivo è quello di realizzare, nelle nostre città, le condizioni per una mobilità in bicicletta sicura e competitiva con l’automobile, per città diverse, fatte per muoversi a piedi, in bicicletta e con il trasporto pubblico, oggi in Italia lasciato cadere e invece tessera fondamentale del mosaico civile che deve essere ricostruito.

Le proposte sono state dettagliate e raccolte dai gruppi di lavoro costituiti sui temi della normativa (modifiche al codice della strada e altre normative correlate), oganizzazione della mobilità urbana (con particolare attenzione alla moderazione del traffico, alla sicurezza e alla realizzazione delle Zone 30 e delle Zone a Traffico Residenziale Moderato secondo standard europei), governance (politiche nazionali, investimenti, incentivi/disincentivi), alla cultura ed educazione alla mobilità sostenibile (formazione, informazione, comunicazione ed educazione con l’ obiettivo di far crescere l’opinione pubblica sul tema) e reti ciclabili, nazionali e locali.

12 –Partecipazione democratica e riforma della politica

12.1 A fronte della possibile disgregazione sociale dovuta alla crisi attuale, occorre introdurre una nuova legge elettorale per motivare nuovamente i cittadini ad occuparsi attivamente di Politica (la maiuscola non è casuale!), legge che come minimo deve garantire ai cittadini la reale possibilità di scegliere i propri rappresentanti, di permettere a nuove formazioni nascenti di potersi presentare senza difficoltà, e di essere concepite per perseguire l’interesse comune e non quello dei partiti o di gruppi di potere.

12.2 Fondamentale, inoltre, è dare seguito al dettato costituzionale che all’art 1 afferma che la sovranità appartiene al popolo. Occorre quindi approvare la proposta di legge di iniziativa popolare sulla democrazia diretta (vedi www.quorumzeropiudemocrazia.it), per la quale in marzo-maggio 2012 sono state raccolte più delle 50.000 firme necessarie per la presentazione.

12.3 Dal tema della partecipazione democratica deriva necessariamente il tema delle regole e dell’Etica. Etichettato da sempre come “Questione morale”, questo è il tema che la politica ha sempre discusso e mai risolto. Eppure è centrale il tema per far sì che non avvengano più in futuro disastri come quelli a cui assistiamo oramai da decenni.
Tutti, a parole, concordano sul fatto che non si può e non si deve più far entrare in Parlamento i condannati, i personaggi in odore di “mafia”, i portatori di conflitti di interesse, coloro che hanno all’attivo un “congruo” numero di mandati.
Occorre quindi un coraggioso sforzo per attuare questi elementi di principio, ovvero occorre produrre una proposta per la Riforma dei partiti, dando attuazione piena al disegno Costituzionale che è alla base del testo dell’Art. 49; occorre inoltre una efficace legge che regoli il conflitto di interessi.

12.4 Il tema dell’esercizio della Sovranità, che con l’enunciato dell’Articolo 1 della Costituzione è indicato come obiettivo stesso dello Stato, implica, da parte dei cittadini, conoscenze e capacità che si acquisiscono (le conoscenze) e si esercitano (le capacità) all’interno della scuola.
Questo è un tema che Lista Civica Italiana intende portare avanti con determinazione.
Occorre ridare alla Scuola, all’Università e alla Ricerca la dignità e il ruolo che da sempre hanno avuto per il nostro Paese: sono una preziosa risorsa dello Stato e non una spesa da far sostenere alle aziende private.

12.5 Occorre inoltre introdurre una netta separazione tra il potere esecutivo e il potere legislativo grazie a:

1) una proposta di legge ordinaria sull’incompatibilità tra membri del Parlamento e membri del Governo,

2) una proposta di legge costituzionale che, modificando l’art. 83 della Costituzione, disponga l’elezione diretta del Presidente della

Repubblica (Capo dello Stato) da parte del popolo italiano.

Queste due solmodifiche sarebbero in grado di produrre effetti benefici perché porrebbero limiti allo strapotere dei partiti politici che è stato ed ancora è alla base di tutti i mali italiani.

A questa conclusione era giunto lo stesso Enrico Berlinguer, segretario generale del PCI, come risulta dalla famosa intervista concessa ad Eugenio Scalfari, apparsa su “La Repubblica” del 28 luglio 1981.

Secondo Berlinguer:

«I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. (…) Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti».

Come si può facilmente comprendere, non è possibile cambiare la situazione appena descritta senza apportare modifiche al sistema istituzionale ma la spinta ad introdurre tali modifiche non potrà certo venire dall’alto ma dovrà partire dal basso.


12.6 Esiste poi il problema della burocrazia. Anche i migliori politici animati dalla migliori intenzioni devono fare i conti (e spesso rassegnarsi) con il problema della burocrazia dello stato, dei suoi tempi e dei suoi linguaggi. Senza voler banalizzare LCI crede che occorra fare un enorme sforzo per far si che lo stato e la sua burocrazia sia la più accessibile / comprensibile possibile per impedire di essere costretti a passare attraverso gli addetti ai lavori che detengono in esclusiva le chiavi di accesso e di interpretazione di ogni procedura, di ogni documento. Il normale cittadino dovrebbe essere in grado di capire con le sue forze almeno nelle linee generali la maggior parte dei documenti e delle procedure. Soppressione, revisione e snellimento di leggi, decreti e norme le quali creano problemi al corretto corso della politica economica e sociale del paese.

13 – Legalità, lotta alle mafie e alla criminalità

13.1 Corruzione, concussione, finanziamento illecito ai partiti: il sistema di illegalità diffusa che minacciava l’Italia del ’92 è ancora forte, per cui serve un impegno legislativo, politico e culturale che deve essere innanzitutto profuso dalle autorità centrali e locali. Serve una legge che punti alla repressione della corruzione, riscrivendo le fattispecie penali, abolendo la concussione per induzione, come chiede l’Ocse, che oggi permette a molti corruttori di evitare la condanna.

13.2 È indispensabile inserire l’autoriciclaggio come reato e ripristinare norme serie sulle falsità contabili. Serve una riforma in materia di falso in bilancio, tenendo presente che in Italia esistono oltre 4 milioni di imprese attive di cui solo 100.000 circa hanno l’obbligo di bilancio.

13.3 Bisogna mettere al centro dell’agenda politica la questione del grande potere finanziario e dell’evasione fiscale. I contribuenti sono “tenuti in ostaggio” da istituzioni finanziarie “too-big-to-fail” (troppo grandi per fallire): vanno fermati gli aiuti con denaro pubblico alle banche che prendono a prestito a buon mercato dai mercati finanziari sapendo che lo Stato non le lascerà fallire, dal momento che esse posseggono gran parte dei titoli di stato.

13.4 Il condono “tombale”, sanatoria introdotta dalla legge 289 nel 2002 da Tremonti, ha consentito a 63.000 evasori di non pagare ad oggi la II rata per un totale di 4,1 miliardi Euro senza alcuna sanzione penale. Nel decreto “Salva-Italia”, convertito in legge nel 2011, spunta un comma “salva-furbetti”, spostando al 31/12/13 il termine entro cui GdF e Agenzia delle Entrate devono porre sotto stretto controllo la posizione del contribuente inadempiente.

13.5 In Italia esiste una buona legislazione antimafia, che ha fatto scuola nel resto del mondo per quanto riguarda determinate figure di reato; tuttavia permangono alcuni paradossi ed esistono lacune derivanti nel complesso dal fatto che la politica antimafia è stata efficace prevalentemente come politica di contrasto alla mafia militare, fallendo invece sul fronte della mafia finanziaria e del rapporto (relazione di scambio) mafia-politica. In altri termini, la classe dirigente italiana si è limitata ad una politica di contenimento del problema ispirata alla logica della convivenza, non è mai stata una politica di annientamento.

13.6 Va colpito il riciclaggio di ricavi derivati da traffici illeciti (droga, beni contraffatti, moneta contraffatta, traffico di esseri umani e sfruttamento dell’immigrazione irregolare, contrabbando armi, contrabbando), da corruzione, da tasse mafiose (racket e usura), da furti, rapine e truffe, da attività commerciali (alterazione dei prezzi, trasferimento illecito dei costi, transazioni fittizie). La finanza offre alla mafia metodi perfetti per riciclare denaro “sporco”, 140 miliardi di fatturato solo in Italia che possono essere facilmente spostati in altri Paesi e nascosti grazie a tecniche finanziarie creative: il money transfer, i depositi bancari, Ivts, traffico di capitali, gioco d’azzardo, acquisto di oro da privati, polizze assicurative, titoli, attività commerciali come ristoranti e bar, società “scudo”, acquisto di beni, carte di credito e bancomat.

13.7 Vanno istituite negli enti locali apposite commissioni per l’analisi degli appalti e la prevenzione delle infiltrazioni mafiose. Va sostenuta ed attuata la legge 190/2012 per prevenire la corruzione che comporta l’istituzione del responsabile anti-corruzione che nei comuni e nelle province viene individuato in una figura “stabile” quale il segretario. Più articolato è il discorso per le amministrazioni di ordine superiore. Il responsabile anti corruzione è il responsabile dei procedimenti e deve prevenire i fenomeni corruttivi. E’ quindi la figura alla quale gli organismi quali la Corte dei conti possono da ora fare riferimento.

Riforma della giustizia
13.8 Gli effetti di leggi recenti, ispirate a modelli stranieri, sono quelli di un inasprimento delle pene per i reati di maggior allarme sociale (che non sono sempre i più gravi) commessi dai recidivi: la pena punisce il colpevole per quello che è (recidiva) più per quello che ha fatto (la gravità). Si verificano pertanto aspetti paradossali, in quanto la legge porta sistematicamente a pesanti condanne nei confronti per lo più di soggetti deboli e marginali (immigrati, piccoli spacciatori di strada, tossicodipendenti).

13.9 In un Paese dove esiste il problema dell’effettività/certezza della pena, un processo dilatato su tre gradi di giudizio per un arco di tempo spesso decennale, con la più vasta serie di reati che offendono interessi della comunità con pene solo virtuali, quando non falcidiate da indulti o amnistie o prescrizioni, il pugno di ferro si dirige verso imputati minori. A dispetto della spinta repressiva, si abbreviano i termini di prescrizione per una serie di reati, principalmente quella dei colletti bianchi: soli 7 anni e mezzo per punire i corrotti ed oltre 20 anni per la rapina di ladruncoli.
La discrezionalità tolta ai giudici, costretti ad applicare pene con minimi di legge obbligatori anche in casi di poco rilievo, si sposta nelle mani di procuratori che usano l’arma del patteggiamento per la contestazione dei reati. Gli imputati che non possono schierare abili avvocati sono così costretti a dichiararsi colpevoli per ottenere una pena minore, rinunciando al processo. Bisogna rivendicare il principio della pena adeguata al reato e il diritto al processo per tutti.

13.10

13.11 Occorre lavorare sul fronte dell’organizzazione e diffondere le prassi virtuose di quei tribunali che hanno diminuito la lunghezza dei processi, anche dotando magistrati e avvocati di un rito flessibile che consenta di programmare la durata del processo facendolo restare all’interno dei limiti imposti dall’Europa, evitando così le condanne della Corte di giustizia europea. Va limitato il numero di avvocati, introducendo concorsi come avviene per i magistrati. Bisogna tenere in piedi solo i tribunali che abbiano almeno 10 magistrati: l’unico rimedio è un tribunale per provincia e una Corte d’Appello per regione.
Bisogna che si recuperino – cosa che adesso non avviene per mancanza di personale o clienti “incapienti”- le sanzioni pecuniarie inflitte al 70% dei ricorsi giudicati inammissibili in materia penale.

13.12 Serve una legge per eliminare le inefficienze del sistema giudiziario, non per ostacolarne il lavoro: oltre alla riduzione del numero di processi, serve più personale amministrativo negli uffici giudiziari (le assunzioni sono bloccate da anni); va regolamentato il sistema delle intercettazioni, tagliando quelle per il medio-piccolo spaccio di stupefacenti e lasciando le risorse disponibili per i reati più gravi; serve un processo di informatizzazione e un sistema informatico unificato a livello nazionale; bisogna garantire le risorse per le spese.

13.13 Serve una maggiore specializzazione dei magistrati, in quanto la domanda di giustizia è diventata sempre più specifica e qualificata.

13.14 Abrogazione della norma su prescrizione e processo breve, che equivale ad un colpo di spugna su un’enorme quantità di processi, tra cui anche quelli per reati particolarmente gravi e socialmente rilevanti (per citarne alcuni: crolli seguiti al terremoto dell’Aquila, strage di Viareggio, Crac Parmalat, Crac Cirio, scandalo rifiuti a Napoli). La legge introdotta da Pdl e Lega è nella sostanza un’amnistia mascherata con oltre 15.000 reati azzerati da un giorno all’altro.

Riforma del sistema carcerario e Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg)

13.15 Gli istituti di pena oggi sono diventati luoghi sovraffollati in cui le condizioni di vita intollerabili si pongono in palese violazione dell’integrità psico-fisica della persona detenuta. L’Italia è già stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, in quanto il sovraffollamento rappresenta un “trattamento inumano e degradante”, incompatibile con lo stato di diritto. Come espresso dall’art. 27 della Costituzione, “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Questa concezione del carcere come luogo di punizione e non di riabilitazione produce situazioni in cui chi va in carcere è già convinto che tornerà a delinquere non avendo alternativa, né culturale né materiale; lo dimostra il fatto che il recente provvedimento dell’indulto ha fatto sì che almeno un terzo dei detenuti beneficiari è tornato a delinquere. Proposte:
– dar luogo ad un processo di depenalizzazione per i reati “minori”,
– fare ricorso a misure alternative alla detenzione per i reati meno gravi, avendo come obiettivo il reinserimento nella società,
– dare la priorità a misure alternative alla detenzione per le detenute madri, puntando all’istituzione di case-famiglia protette,
– applicare strumenti di accoglienza e supporto psicologico negli istituti di pena, in particolare per i giovani detenuti per piccoli reati che sono maggiormente a rischio di atti di suicidio e autolesionismo,

– va introdotto e ratificato il reato di tortura,
– chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) e creazione di nuove strutture adeguate a progetti terapeutico-riabilitativi individuali che permettano di eseguire la misura di sicurezza e il reinserimento sociale dei pazienti.

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